sabato 30 aprile 2016

Pace?

Un nuovo Presidente é un buon inizio, ma non abbastanza per sentirsi in pace e ricominciare una vita.
Arrivo a Mont Carmel, un campo di sfollati a Bangui,  che hanno trovato rifugio all’interno di un palmeto di una comunità religiosa italiana. Il posto è bellissimo nonostante le case di fortuna costruite con legno e teloni dell’ UNCHR.
Il campo brulica di vita, le donne attingono l’acqua ai pozzi costruiti da varie ONG, gli uomini fanno piccoli lavori di falegnameria, i bambini giocano. Mi sento serena eppure sono in mezzo a persone che hanno sofferto le pene dell’inferno e le ferite sono ancora dolorose.
Da quando ho rimesso piede in Centrafrica non sento altro che parlare di ricostruzione, di futuro, di ritorno,  coesione sociale, riconciliazione… queste parole continuano a rimbombare nella mia testa.
Dopo anni di stragi, il paese e la comunità internazionale sperano di voltare la pagina, andare avanti,  immaginare e costruire un futuro.
E tutte queste persone che da 2 anni vivono sotto teloni di plastica possono finalmente tornare a casa.
Sì, ma dove é casa?
Quella che hanno abbandonato scappando a gambe levate per paura di essere massacrati ?  Quelle che non esistono piu, perché bruciate et abbattute con violenza ?
Come ritornare nei lughi in cui hanno  visto uccidere il proprio marito, i figli, padri, madri…  dove tutto quello che aveva senso e rappresentava tutto un mondo, ora non esiste piu, é stato anneantito. Come ritornare in un luogo che oggi è solo memoria di orrore?
E ancora… come é possibile pensare à l’integrazione,  tornare a vivere insiseme: vittime e carnefici?
Al di là degli incubi, del processo di lutto, della necessità di perdono, come possono non avere paura ? come credere ancora in un domani ? E che domani? con quale senso? Quali valori? Chi sono gli amici ? chi possono permettersi di amare ? Come possono avere di nuovo un marito o un figlio senza pensare al marito et ai figli brutalizzati sotto i loro occhi?

Non possiamo semplicemente riavvolgere la pellicola e tornare a prima della guerra, non possiamo fare come se nulla fosse accaduto.
Non sarà sufficiente  ricostruire le case se non ci si preoccuperà di ricostruire la fiducia e la proiezione La posta in gioco é alta.

Resto con le mie domande che ad oggi non hanno una risposta. 

giovedì 5 marzo 2015

Storie di Ebola...


La signora A. non vuole parlare, dice che ogni volta che qualcuno gli chiede di raccontare, si sente male, cosi male che non lo puo’ sopportare : i suoi genitori, suo marito 2 figlie piccole, sono morti di Ebola il mese scorso. Anche lei é stata ricoverata, fa parte di quelle persone che sono chiamate « survivor ».
Eh si ! sopravvissuta… e ora come ricostruire una vita quando la tua famiglia é stata brutalmente decimata in pochi giorni ? Di storie cosi’ ne ho sentite tante in questi giorni e ho cercato di aiutare la mia equipe che, davanti a situazioni cosi drammatiche non sa cosa fare, non trova le parole… credo sarebbe difficile anche per uno psicologo con anni di esperienza !
Ebola ha distrutto molte famiglie, i pochi che sono rimasti, hanno vissuto momenti drammatici : stigamtizzati e maltrattati dalle loro comunità per paura. E come non avere paura…

Un vecchio signore é molto triste, si sente in colpa, sua figlia é morta, il suo corpo cremato. Già questo é difficile da accettare, culturamente é una specie di sacrilegio e in più non ha pututo fare quello che lui definisce « un sacrificio » per poter assicurare il paradiso alla figlia. E’ un duro peso da supportare !


Ma la storia che mi ha colpita di più é quella di un ragazzo, T.
Non perché é piu diffcile delle altre o perché ha sofferto di più, ma perché mi sono sentita « parte della storia ».
Arrivo davanti a casa sua con uno dei miei « counsellor » che era già passato la mattina presto, ma T. non era in forma non voleva parlare con nessuno… si é svegliato e non aveva da mangiare, di colpo ha pensato che se sua madre fosse stata li’, la colazione sarebbe stata pronta. Lei si occupava di tutto, ma é morta da poco.
Mi presento «  Buongiorno, mi chiamo Elisabetta », lui mi guarda strano, mi dico che non ha capito.
Ripeto come spesso faccio: “E’ come Elizabeth ma con una A alla fine” faccio un bel sorriso, il counsellor ride, gli dice che sono italiana. Ma T. non ride, ripete il mio nome e si gira verso quella che scopro essere sua zia (la sorella di sua madre). Parlano, si agitano, ripetono il moi nome. La zia parte di corsa piangendo. T. resta appoggiato ad un albero e delle grosse lacrime cominciano a scendere sul viso. Abbassa la voce e dice, « Mia madre si chiamava Elizabeth ».
Un momento un po’ difficile per tutti e poi l’atmosfera si distende e riusciamo a discutere un po’ con lui e a riconfortare la zia. E’ bastato davvero poco per mostrare la fragilità di questa famiglia in cui sono decedute molte persone.

Alla fine tutte queste storie di dolore si assomigliano, ma tutte mi hanno toccato molto. Questo paese che ho imparato ad amare 9 anni fa, quando vivevo qui…. É cambiato profondamente.

domenica 1 marzo 2015

No touch policy

Mi rendo conto di come é difficile non toccare niente e nessuno. Non appoggiarsi a niente, non sedersi, non portare le mani al viso, non stringere la mano a chi inocntri per la prima volta, non abbraccaire chi rivedi dopo tanti anni…
Tutti i cartelloni o i poster riportano il divieto di toccarsi. 
Le persone ci provano, ma non é facile, culturalmente sono abituati a comuniare con il  corpo a toccarsi, salutarsi con piccoli cesti e rituali he vanno al di là di una semplice stretta di mano.
Da quando i casi sono molto diminuiti sembra che le persone abbiano ripreso ad avere dei contatti, anche se il paese non é ancora stato dichiarato « Ebola free ».
Per la prima volta in piu di dieci anni di esperienza, nessuno mi ha offerto una sedia durante la mia visita nelle zone in quarantena. Nessun bambino si é avvicinato tentando di stringermi le mani o toccarmi un braccio, i saluti sono distaccati, apatici, senza sorrisi. Tutto cio’ mette molta tristezza, le persone hanno ancora paura, e lo shock di tutto quello che é successo in questi ultimi mesi é tangibile.
Per le mie equipes é talmente difficile avere una relazione di aiuto quando devono mantenere i 2 metri di distanza o quando devono fare counseilling ad una persona seduta. Il contatto umano é quasi impossibile da stabilire con queste misure di sicurezza, che in alcuni casi accentuano la discriminazione verso le vittime di Ebola.

I giorni passano senza nuovi casi confermati, si deve arrivare a 42 giorni per poter dire che l’incubo é finito…

giovedì 26 febbraio 2015

Ebola is real

Si Ebola esiste davvero, anche se non si vede, non é tangibile e forse é proprio questo a renderla cosi inquietante.
Per la prima volta da quando faccio questo mestiere ho avuto un sussulto al cuore arrivando all’aeroporto. Ho cercato di seguire quello che facevno gli altri e cosi mi sono diretta verso il bidone con acqua clorata e mi sono fatta prendere la temperatura.
Poi un po’ di panico aspettando le valige… mi rendo conto di come é difficile rispettare la « no touch policy », ovvero il rispetto di una certa distanza dalle persone. E’ tutto cosi confuso ….mi dico che davvero non é il tipo di contesto per me.
E poi il giorno dopo é la stessa cosa, cerco di copiare gil altri, mi sbaglio un po’ su tutto, mi metto anisa da sola…
Ok se ci penso razionalemente ci sono solo 4 casi confermati in tutto il paese, non é esattamente come qualche mese fa. Non significa che si deve abbassare la guardia, ma forse posso essere un pochino meno tesa.
Quali sono le regole ? semplice : non toccare niente e nessuno, disinfettare mani e piedi quando si entra in un luogo (ufficio, casa, supermercato, banca, etc.) e misurare la temperatura.

Diventa presto un’abitudine, una simpatica routine.


lunedì 23 febbraio 2015

In viaggio verso Ebola land


Dopo mesi in cui sono stata combattuta tra la coscenza professionale di dover fare questo viaggio e la paura du un virus cosi cocntagioso come l’Ebola,  eccomi qui… in volo verso Monrovia.
I giorni che hanno preceduto questo momento sono stati un po tesi… nella notte le angosce si sono espresse sotto forma di veri e propri incubi. Forse le troppe informazioni ricevute prima della partenza, mi hanno un po allarmata piu che rassicurata.
In realtà lo so bene che nonostante il rischio resti presente ed elevato, con le misure di sicurezza si riduce di molto. Ci sono sempre meno casi confermati in Liberia, ma questo spesso vuol dire che i comportamenti di sicurezza, di igiene, di distanza,etc.  vengono un po’ snobbati : il rischio … minimizzato e sottovalutato.
Se metto da parte questa apprensione, mi dico che sarà un’esperienza molto interessante, qualcosa di nuovo, non essendo sepcialista di psicopatologia delle epidemie.
L’aereo non é per niente pieno… ovvio … e tra l’altro fa scalo a Dakar, sono curiosa di vedere alla fine quanti saremo ad arrivare a Monrovia…

Se non altro questa esperienza mi ha ridato voglia e un prestesto per scrivere sulle mie pagine rosa.

sabato 2 agosto 2014

Il difficile equilibrio di una vita tra due mondi

Mentre faccio fare il test di reclutamento ai futuri assistenti sociali, una bambina stramazza al suolo, é sicuramente malnutrita e molto malata, guardo senza dire e fare niente, non capisco una parola di foulfouldé e non sono un medico… la soccorrono, la lasciano vomitare nella corte dell ospedale e poi la portano a fare la visita.
La scena é u po’ forte, mi giro per guaradare tutti i rifugiati in fila per la consultazione con il dottore, sono in uno stato spaventoso… fa male.
Guardo piu lontato le capanne fatte di foglie e teloni di plastic: le loro case… penso al loro viaggio, a quello che hanno vissuto in Centrafrica. Fa piangere.

Tra una settimana saro’ su una “terrasse “ a Parigi per l’aperitivo a godermi l’estate. 
Questa volta il paradosso della mia vita lo sento ancora piu’ forte. 
Sarà un ritorno difficile.






giovedì 24 luglio 2014

Uomini coraggio

Terzo giorno a Batouri, vado a vedere il campo di Timangolo. Non é gigantesco ma comincia ad essere strapieno, ci sono circa 6500 persone. 1200 arrivate ieri sono sedute per terra in attesa di essere registrate e di avere lo statuto di rifugiati.
Cammino un po ‘ tra le loro baracche, per vedere come vivono , per rendermi conto di dove potro’ mettere la mia casettina di supporto psicologico.
Incontro un uomo davanti alla sua casa in costruzione. Vuole che gli faccia una foto e poi la vuole vedere… resta allibbito, sorpreso, non si riconosce, comincia a chiamare i vicini per sapere se é davvero cosi… e poi tutti vogliono essere fotograti e voglio rivedersi. E’ un momento molto emozionante, la loro reazione divertita e entusiasta fa pensare che non si puo’ dare niente per scontato, nemmeno che le persone abbiano uno specchio per vedersi, per avere un imagine di sé, una rappresentazione di quello che sono.
Chissà come sarebbe una vita senza sapere che apsetto abbiamo…
Entriamo un po’ in contatto, mi mostrano le loro abitazioni, modeste e pulite e poi le loro ferite, I tagli di macete sulle braccia, con le lacrime agli occhi scuotono la testa e sicuramente ripensano a quello che hanno vissuto, ai loro bimbi strappati dalle braccia della mamma e buttati a terra violentemente, le loro donne torturate, i loro amici tagliati a pezzi…
Che uomini coraggiosi! I loro racconti, di come sono riusciti a partire, di come hanno saputo mettere in salvo i membri della famiglia ancora in vita, fanno venire i brividi! si parla sempre di donne e bambini, ma questi uomini non soffrono di meno !

Sono un po stanca oggi, il dolore degli altri non é facile da asoltare tutti i giorni.


 


lunedì 21 luglio 2014

I campi di Lolo, Mbilé e Timangolo

Sono arrivata in Camerun, paese che non conosco. Lo scopo é quello di cominciare i progetti di assistenza ai rifugiati centrafricani, quindi dopo un giorno di riposo a Yaoundé (dopo una settimana passata a Bangui), parto per il confine con il Centrafrica, vado a Batouri.

Lavoreremo in 3 campi, almeno all’inizio, quindi li vado a vedere… é sempre un’emozione forte e come ogni volta le domande esistenziali mi tormentano. Come si puo’ permettere che delle persone vivano in questo stato ?

  



venerdì 28 marzo 2014

Ultimo giorno a Bangui, un’avventura da film d’azione

Sono le 5.45 del mattino, come sempre i miei occhi si aprono prima della sveglia. Gli elicotteri militari volano basso, sono molti, non sembra un buon presagio per la giornata. A colazione i colleghi scherzano sul fatto che hanno bloccato i voli internazionali e che l’aeroporto oggi sarà chiuso (il mio ritorno é previsto per stasera), rido, ma sembra molto probabile. Nella mia testa i sentimenti sono confusi, una parte di me, spera sia vero: restare una settimana di più qui!
Vado al lavoro un po’ agitata, la partenza mi mette uno strano senso di ansia! Un vero nodo alla gola, allo stomaco... ma cerco di mantenere un minimo di concentrazione per vedere se riesco ad andare a fare un colloquio per la mia ricerca sulla trasmissione del trauma. I movimenti fuori dalla base sono limitati anche oggi, chiedo al mio capo cosa ne pensa: posso andare o no? mi autorizza. Vado, tranquilla, sulla strada la vita brulicante di sempre e poi arrivo al centro sanitario, trovo la mamma e la bimba che si prestano volontarie alla mia ricerca, facciamo il colloquio. Sono nel mio mondo ovattato, concentrata sul suo racconto di tragedie e sofferenze e la bimba che non smette di strillare. Dopo un’ora esco all'aperto, mi dicono che le altre equipes stanno accelerando il lavoro perché la situazione si scalda, dobbiamo rientrare.
Parto subito e rientro alla base, dove scopro che tutti erano preoccupati per me e che mi cercavano, per farmi rientrare, ma anche per dirmi che la strada di accesso all'aeroporto é disseminata di Anti-balaka e che sparano da qualche ora. Non si può accedere all'aeroporto almeno per il momento. E poi una soluzione si prospetta: partire in convoglio con un ‘altra ONG e passare dal grande campo di sfollati per evitare l’entrata principale e la strada con le barricate.
OK, mi preparo, un collega mi accompagna, sale davanti e mi dice di essere pronta a sdraiarmi dietro se sparano nella nostra direzione. Partiamo, sono calma, fa caldissimo! forse il giorno più caldo di queste due settimane. Le strade, che poche ore prima erano piene di vita, sono ora completamente deserte, é un paesaggio surreale, tra la polvere sollevata dal passare delle nostre macchine, il caldo torrido, il sudore che cola a grosse gocce, la vista obnubilata.
Siamo in silenzio, solo il rumore della radio che gracchia e ci domanda ogni tanto a che punto siamo. Sono calma e penso ad una cosa davvero stupida, come posso aver più paura dell’aereo che di quello che sto passando in questo momento?

Arriviamo al campo, decidiamo di scendere e di provare ad andare a piedi all'aeroporto, radio e telefono alla mano. Ci incamminiamo, il capo spedizione comincia a stressare, una banda di malviventi ci segue ci parla con un tono aggressivo, siamo in mezzo a 60.000 disperati che hanno fame e che non hanno piu’ nulla da perdere. Cammino a testa bassa, il capo dice di aumentare il passo, no! Non troppo, ok rallentiamo, la tensione aumenta e poi cominciano gli spari. Ci affrettiamo, l’aeroporto é davanti ai nostri occhi, c’é un buco nel filo spinato ed entriamo da li. Arrivati! gli spari ricominciano forte, qualche granata che sembra cosi’ vicina. E poi la lunga attesa sperando che Air France abbia l’autorizzazione di atterrare....

lunedì 24 marzo 2014

Un difficile anniversario

Lunedì 24 marzo, un anno fa le forze della Seleka prendevano il potere a Bangui.
Ore 7.30 - La situazione oggi é molto tesa, molti spostamenti non sono stati autorizzati, nemmeno per le attività di life saving. Situazione di impotenza che genera molta frustrazione nell’equipe. Un po’ di paura stamattina quando una proiettile é caduto dal tetto della payotte sulla testa di un’animatrice psicosociale...
Ore 10.30 - Mandiamo a casa tutti per evitare che non possano più farlo nel corso della giornata, ci si attende un aggravamento della situazione.
Ore 12.00 – Calma piatta, l’ufficio/base é un deserto, in contraddizione con tutto quello che sta succedendo fuori.
Ore 19.00 -  Torniamo a casa un po’ prima del solito, meglio non restare sparpagliati ma rifugiarsi nelle nostre case.
La serata passa tranquilla con una birra alla mano e qualche chiacchiera.


domenica 23 marzo 2014

Fuochi d’artifcio? No: spari!

La settimana é finita e le mie notti sono meno tranquille, non riesco più  dormire 5 ora di filata... ma non mi sento stanca. Credo che sia l’adrenalina che tiene attiva e che aiuta a restistere ai colpi duri da incassare: tante storie troppo crude di massacri, un bimbo bruciato vivo (ma che sopravvive, é il bimbo della foto), gli spari notturni, i check point disseminati ovunque, l’iniscurezza e l’impossibilità di prevedere di essere al posto sbagliato al momento sbagliato, i sussulti per i rumori improvvisi come i manghi che cadono sui tetti.
E mentre le sere sono animate da feste e diversivi, gli spari non cessano, anzi aumentano, sparano in questo momento, non troppo lontano da qui, se non fossimo a Bangui potrebbero essere dei fuochi d’artificio e ora gli elicotteri si aggiungono alla festa...ci guardiamo tutti... sappiamo che qualcuno muore in questo momento e che domani mattina ne avremo il triste bollettino.

Non voglio partire da qui, tornare nel mio mondo ovattato, sicuro e facile, voglio essere qui e contribuire ad aiutare chi soffre... so che con il mio lavoro lo faccio anche da lontano, ma mi manca il fatto di essere in prima linea... sarà difficile riprendere il corso normale dei giorni. Il mio cuore resta in parte qui.

sabato 22 marzo 2014

Piove a Bangui

Un temporale che ha della tempesta tropicale, emozionante! Corro come una bimba fuori sulla terrazza per respirare l’odore della pioggia e approfittare del vento per rinfrescarmi dal caldo torrido,. E’ bellissimo... e poi penso ai disperati che vivono sotto le tende fatte di stracci, nella sabbia che diventerà  fango. Solo nel campo dell’aeroporto, le persone che vivono in queste condizioni sono circa 70.000. Le piogge sono appena cominciate, tra qualche settimana sarà davvero orribile per tutti loro.




lunedì 17 marzo 2014

Un lunedi intenso

Dopo un week end di lavoro tranquillo e un tramonto sull’Oubangui domenica sera, oggi si ricomincia.
Una nuova settimana dove l’insicurezza per le strade e in molti quartieri non permette di mouversi e quindi di lavorare. 
Ogni mattina alle 7h30 vengono autorizzati o no gli spostamenti per raggiungere i luoghi dove abbiamo i progetti. Un problema sorvenuto il giorno prima per l’uccisione di un musulmano e la relativa vendetta con l’uccisione di 60 cristiani (secondo le voci), limita l’accesso ad uno dei posti dove avrei dovuto andare questa mattina. 
Pazienza, non ci tengo particolarmente ad affrontare il rischio. Vado allora in un centro sanitario per la distrubuzione della razione settimanale di plumpy nut e mi siedo con l’equipe psicosociale ad ascoltare le storie che si ripetono tutte piene delle stesso dolore. Gli animatori non sanno davvero cosa rispondere, aprono delle grandi feriti e lasciano le donne e i bimbi con le loro angoscie e vissuti traumatici. Li aiuto un po’, limitata dall’impossibilità di comunicare in Sango.
E poi arriva il momento di partire, siamo in macchina e l’autista si ferma non vuole continuare, non capisco, non vedo niente, eppure per lui dei movimenti a me impercettibili, gli fanno capire che la situatione é pericolosa sulla strada che avremmo dovuto prendere. Chiede conferma, si in effetti ci consigliano di cambiare direzione, stanno sparando e bruciando case... va bene cambiamo piano...
Vado all’ospedale pediatrico... i bimbi malnutriti oggi sono 124, uno sopra l’latro, mancano letti e spazio! Sono davvero tutti in uno stato pessimo, mi assale il magone... dopo un’ora sono a casa per pranzo e riesco a distogliere i pensieri da questa mattinata intensa.
Il pomeriggio lo passo in ufficio, ho bisogno di un piccolo rifugio... ma mi guardo intorno, alcune persone del nostro staff sono sedute, con lo sguardo perso nel vuoto... capisco piu’ tardi che vivono nel luogo dove poche ora prima stavano sparando e bruciando tutto, le loro case, le poche cose che possiedono. Avevano fatto partire le famiglie perché si aspettavano il peggio, hanno fatto bene, ma stasera non potranno tornare, non avranno nessun posto dove tornare senza rischiare di essere uccisi.
Questa é la realtà qui, ogni giorno... sembra che questo orrore non debba passare mai!
E’ sera, quasi ora di rientrare, fare una doccia rinfrescante (si muore di caldo!) e non pensare più a tutto cio’... fino a domani.

mercoledì 12 marzo 2014

Bienvenue à Bangui

Sono arrivata ieri pomeriggio a Bangui. Troppo stanca della visita in Ciad per aver paura.
Mi sono sentita tranquilla, solo un po’ stranita: dall’oblo’ dell’aereo si vedeva il famoso campo di sfollati dell’aereoporto... le baracche e le tende tutte strappate arrivano praticamente fino sulla pista di atterraggio. In silenzio i passeggeri guardano fuori, senza parole... abbiamo sicuramente tutti sentito parlare molto di questo campo e vederlo dal vivo ti catapulta subito nella realtà del Paese, di quello che é successo e del dramma che ancora vive.
All’uscita, il cartellone di “Orange”, operatore telefonico, augura “Bienvenue à Bangui”... un messaggio accogliente in contrasto con le centinaia di militari presenti sulla pista.
E dopo un sonno tranquillo, eccomi davanti alla sofferenza e alla paura, quella vera, quella per la propria morte o quella dei propri cari. Una morte violenta a colpi di macete dettata da odio profondo e disumano.

All’ospedale di Bangui una donna con una bimba molto piccola é in lacrime, nonostante la bimba sia in situazione molto critica, la mamma vuole tornare nel suo ghetto dove é costretta a rimanere se non vuole essere uccisa. E’ mussulmana, e fuori da quel confine immaginario la sua vita é in pericolo. Vuole tornare nel campo: delle voci dicono che forse il campo sarà svuotato e le persone mandate altrove. Vuole tornare, ritrovare gli altri membri della sua famiglia, partire con loro, sperare di essere portata fuori dal paese sana e salva. Decidiamo di trasferirla perché possa essere curata dalle cliniche mobili nel campo anche se in realtà la bimba dovrebbe restare all’ospedale...
Ovviamente il rischio é alto... mi avvertono, mi preparano: c’é un punto del tragitto che non é sorvegliato da militari, in quel punto puo’ succedere di tutto.
Non ho paura, sono calma, in pace. Di fianco a me la donna con la sua bambina, che divora la scatola di riso, come se fosse il suo ultimo pasto, piange, prega, ha sicuramente paura. Sa che possono attacare la macchina o ucciderla appena ne esce.
Ed invece tutto fila liscio, arriviamo al sito PK 12, un gruppo di circa 1500 musulmani attorno ad una moschea. Sembra tutto tranquillo, les attività cominciano, consultazioni mediche, psicologiche, visite per i bimbi malnutriti.
Non solo bimbi... é pieno di adulti malnutriti... di adulti che dopo aver vissuto l’orrore ora vivono la paura, sono confinati in pochi metri, non possono uscire altrimenti sono trucidati. Non hanno niente, cibo, casa, vestiti. Viene da piangere! Ed é facile scoraggiarsi, cosa poter fare per queste persone? Quale sarà il loro destino? Ce la faranno?
E poi di nuovo una scelta difficile: un bimbo é estremamente malato, deve essere trasferito all’ospedale, ma la mamma non vuole, dopo lunghe discussioni scopriamo che la ragione é la speranza di partire sabato su un camion per il Camerun... é tremendo, dovere scegliere: fare morire il bimbo malato per poter salvare sé stessa e il resto della famiglia (ha altri 3 bimbi)... un silenzio lungo in cui chissà quali pensieri le sono passati per la testa. Una madre davanti ad una scelta del genere... ne ho viste tante in questi anni, alcune hanno scelto di sacrificare una vita per avere una speranza di salvarne altre... ma fa più male che altre volte, non so perché, mi sento davvero disarmata davanti a tutto questo dolore, a questo odio incomprensibile!
Alla fine accetta di trasferire il bimbo all’ospedale, ma solo fino a venerdi...non sarà sufficiente per farlo guarire, ma almeno per stabilizzare la sua situazione...

La giornata passa e quello che resta é un grande senso di impotenza.

domenica 9 marzo 2014

Ricordi... dal campo di Zafai, N'Djamena

Utlimo giorno, domenica, ancora molto da fare prima di chiudere la valigia e tornare per qualche ora a Parigi.

E’ stata dura, le giornate di lavoro di 15 ore, di cui 6 passate sotto il sole a più di 40°, la pelle bruciata, le labbra spaccate dal sole e dal vento...

Avevo dimenticato cosa vuol dire lavorare con delle equipes locali che sono motivate da uno stipendio e non da un impegno umanitario, come é difficile spronarli a una realzione d’aiuto e supporto per i più vulnerabili...

Ho ascoltato storie di dolore e orrori inenarrabili e visto donne coraggiose che non perdono la speranza, ma che soffrono per il passato che non le abbandona mai nemmeno di notte, per un presente che vuol dire vivere a 12 in una piccola tenda caldissima e minacciata da serpenti, per un futuro incerto e difficile da immaginare... 
Parlano volentieri, cercano con la parola di scacciare i pensieri e sperano che le immagini delle persone care trucidate a colpi di macete o i suoni che riecheggiano ancore nelle orecchie di colpi di fucile giorno e notte, spariscano d’incanto... cercano un po’ di pace, un po’ di sollievo... quello che spero potremo dare noi con il nostro progetto, che sembrano apprezzare.

Ovviamente sono triste per i rifugiati del Centrafrica, che in questo campo a N’Djamena sono relativamente pochi, circa 5.000, ma che a sud alla frontiera sono molti di più e vivono in condizioni disastrose, senza l’aiuto umanitario.

L’esperienza é stata magnifica, ed ho imparato molto, anche su di me. Torno per qualche ora in Europa, prima di ripartire per il Centrafrica e vedere da vicino cosa succede in quel paese stupendo, sfigurato dalla guerra.

Parto con tanti racconti condivisi e tante immagini nel cuore... eccone alcune:






martedì 4 marzo 2014

Una vita da rifugiato

Adoro lavorare nei campi rifugiati... sono dei luoghi di grande sofferenza e l’esempio della resilienza umana davanti ad avvenimenti orribili e profondamenti traumatici.


Qui sento che l’azione umanitaria ha davvero la sua importanza e che il senso di quello che facciamo non é messo in discussione.
Ne  ho visti tanti nella mia breve esperienza umanitaria, dai più disastrosi e disumani ai piccoli villaggi ben organizzati, ma ognuno nasconde, a volte nemmeno troppo, un’infinita sofferenza!

Sofferenza per quello che si é perduto, persone care, casa, beni, lavoro, dignità; sofferenza per quello che si é vissuto nel paese di orignine: violenze dirette, violenze sui propri cari, violenze indicibili e che resteranno per anni o per sempre, nei flash back diurni e negli incubi notturni;
la sofferenza del viaggio: sotto il sole o la pioggia per giorni e settimane, incinta o con bimbi neonati, violenze sulle donne di ogni tipo, senza bere nè mangiare, con la paura di non sapere dove andare e l’incertezza di quello che si troverà;
la sofferenza di arrivare in un paese straniero e in un campo di rifugiati: le condizioni di vita difficili, la dipendenza dall’aiuto umanitario o dalla volontà dei governi, la paura di essere espulsi e mandati chissà dove, l’impossibilità di lavorare, di ricostruirsi una vera vita, di poter progettare un futuro e di immaginare questo futuro per i propri figli...
Detto cosi’ é forse semplice e molto scontanto, ma quando queste persone aprono il loro cuore, é molto dura trattenere le lacrime, é dura dormire la sera, é dura mantenere la distanza necessaria per essere professionale quanto basta per poter essere davvero di aiuto.

Sono contenta di poter vivere da vicino questa realtà, é la vita di milioni di persone, chiaramente é ingiusto... non posso far altro che fare la mia parte.

domenica 2 marzo 2014

Di nuovo in Tchad…

E cosa posso raccontare questa volta ? alla fine per quelli che fanno questo mestiere i viaggi diventano un po’ il quotidinao e l’abitudine, non dico che non mi sorprendo più, ma non é tutti i giorni un’avventura. La maggior parte delle volte i giorni trascorrono normali come se fossi a Parigi.
Per cominciare forse dovrei dire cosa ci faccio qui dopo nemmeno 4 mesi: facendo un calcolo statistico e ponderato (cosa che é il mio forte ), avrei dovuto ritornare tra due anni; speravo anche tre, visto la mia poca passione per questo paese. Ed invece viaggio organizzato in tutta urgenza per venire ad aprire un progetto psicosociale per i rifugiati centrafricani. 
Stupendo il progetto; stupendo poter essere qui non per una supervisione, ma essere davvero parte dell’equipe, come ai vecchi tempi quando ero Responsabile Progetto!

Dopo solo un giorno, sono esausta perché arrivare con un volo alle 11 di sera e cominciare a fare una formazione alle 7.30 (io che sono cosi mattiniera!!!!) mi ha davvero distrutto, ma sono contentissima.

Domani vado a vedere il campo di rifugiati, cosi’ mi preparo meglio per la settimana prossima, non vedo l’ora.



Nel cielo ad accogliermi un magico alone di 22° J é un po rosa perché per poterlo fotografare ho dovuto farlo attraverso le lenti dei miei occhiali da sole (rosa..)

lunedì 16 dicembre 2013

Natale a Parigi/1

Per  la prima volta in 3 anni che vivo qui, mi sono decisa a fare le decorazioni natalizie. Finalmente mi sento a “casa” e anche se solo per una settimana, volevo respirare la magia del Natale. In effetti tra i viaggi in Africa e il mio ritorno in Italia per le vacanze, non passerò molto tempo qui a Dicembre…
Tornando dal Tchad mi sono resa conto che ormai era tardi per ordinare su internet le decorazioni che volevo da tanto: sarebbero arrivate troppo tardi e alcune non erano più disponibili. Ho fatto un giro nei negozi e niente mi ha colpito, tutto troppo sberluscente e tutto molto caro! Allora ho dato sfogo alla mia fantasia e creatività, ho fatto le decorazioni con le mie manine: dei cuori in origami per l’albero e degli stencil ricalcati dal pc, per i disegni con la neve sui vetri.
Sono davvero contentissima del risultato! Ero partita pensando che sarebbero state delle decorazioni provvisorie, per supplire alla mia mancanza di organizzazione e anticipazione e invece mi dico che meglio di cosi’ non poteva essere… almeno per quest’anno!

E ora scappo a finire le compere… lunga lista, ma per fortuna è lunedì e i grandi magazzini saranno vuoti!




mercoledì 11 dicembre 2013

Nollywood

In questi anni mi é capitato più volte di vedere dei film nigeriani divertentissimi, con intrecci familiari, grandi storie d’amore e tradimenti. 

Mi hanno sempre fatto sorridere e onestamente non mi dispiacciono. Non sapevo pero’ che esistesse addirittura un canale dal nome “Nollywood” dove questi appasionanti storie di vita, sono trasmesse senza interruzione giorno e notte. 
Qui sulla base di Moussoro (in Tchad), ho passato dei pomeriggi e delle serate, inchiodata davanti a questo sconosciuto e intrigante canale. Ovviamente non proprio per scelta : mi sono adattata alle scelte dei « proprietari » di casa… 
 Strano questo modo di passare le serate quando si potrebbe chiaccherare a lume di candela sotto un magnifico cielo stellato… ai miei tempi non avevamo la televisione sulle piccole basi come questa , oggi chiaramente le condizioni di vita sono migliorate un po’ ovunque e si puo’ approffitare della tencologia anche in piccoli villaggi come questo. 
 Forse se stessi qui un anno per gestire un progetto, mi farebbe piacere avere la televisione… sicuramente. Ma la nostalgia di un altro modo di vivere la vita in comune in contesti umanitari, rimane forte… parlo da ormai « turista umanitaria », troppo facile dire tutto cio’ quando resto solo una decina di giorni senza internet, senza luce e acqua corrente, senza poter mangiare quello che voglio, etc. in effetti ogni volta che faccio una visita nei paesi che gestisco da lontano, rimango incantata per quello che riscopro di me, della mia capicità ad adattarmi ad ogni situazione, ma ritorno a casa ogni volta sempre più consapevole che oggi non potrei piu’ fare questa vita a lungo…. Sarà l’età :) 
A parte tutto cio’… se vi capita di trovare Nolliwood, fermatevi un attimo a godervi un po’ i drammoni africani, che niente hanno da inviadiare agli eccentrici film bolliwoodiani ! si cambia solo di continente.

mercoledì 4 dicembre 2013

Come sono belli il deserto e i cammelli


Che poi in realtà qui sono dei dromedari… ma mi serviva la rima e poi la mia conoscenza tutta particolare degli animali non é un segreto per nessuno :) (si dice che da piccola avevo un libro con modelli di animali speciali …)
In ogni caso, paese che vai, animali che trovi! Sono in Tchad, ultimo viaggetto dell’anno (per fortuna !)
Dopo la grandissima delusione in Burkina Faso di essere andata proprio nel periodo in cui gli elefanti sono in vacanza, qui ho potuto soddisfare ampiamente la mia passione per la fauna locale.
Mi sento sempre come una bambina che vede ogni cosa per la prima volta, davanti a queste meraviglie della natura! 
E come non rimanere incantati quando passando con la macchina per le strade sabbiose del deserto, spuntano da ogni angolo questi bellissimi dromedari dall’aria elegante, sontuosa e con un espressione talmente calma, serena in pace con tutto…ecco si potrei ispirarmi al dromedario :)
Ma ci sono anche degli animali con molto meno charme : guardate questa specie di avvoltoi dalla taglia umana, come sono brutti !!! fanno davvero paura…
E per finire, mandrie magnifiche che garantiscono piatti di carne prelibata ogni giorno !
Non é di sicuro stata la visita più bella dell’anno, ma il paesaggio spettacolare e l’affascinante e arricchente incontro con « l’ altro » hanno reso questo viaggio molto  interessante.
Ci sono dei momenti in cui mi dico che sono molto fortunata a poter vivere tutte queste esperienze !