sabato 7 luglio 2012

Due ritorni – 2° Costa d’ Avorio – Regione delle 18 montagne

Sono venuta nell’ovest di questo magnifico paese l’anno scorso a fine agosto. A Man dove avevamo una base operativa e dal quale un brulicante parco macchine ogni mattina partiva in tutte le direzioni della regione per portare soccorso a una popolazione fortemente toccata da massacri e inimmaginabili violenze.
Molti, ai primi segnali d’instabilità politica in seguito alle contestate elezioni politiche di fine 2011, sono partiti come misura preventiva, memori della crisi e delle violenze di 10 anni prima. Altri, pur vedendo la storia ripetersi e pur avendo ancora incubi, paure, ricordi traumatici legati al 2002 non hanno avuto la posibilità di attraversare i confini e andare nella vicina Liberia... e sono rimasti, scappati in foresta per giorni e giorni, morti di fame, aggrediti dai ribelli, derubati di ogni bene.

Un uomo incontrato nel campo di Duékoué l’anno scorso confidava la sua disperazione: originaro della regione, nel 2002 era parito per fuggire le violenze e si era rifugiato in capitale a Abidjan, la sua casa era sata distrutta e la famiglia uccisa davanti ai suoi occhi. Con il passare della crisi e lo stabilizzarsi del paese, era riuscito a ricostriursi una vita a trovare un lavoro, farsi una famiglia e avere abbastanza soldi per ritornare nella sua regione e ricostruire una casa con sua moglie e i due figli. Ed ecco che l’anno scorso tutto si ripete: troppo tardi capisce la gravità della situazione, come lui, molti altri hanno sottovalutato quello che poteva accadere, non potevano credere che tutto si potesse ripetere, non dopo tanta violenza. E cosi, quando i ribelli arrivano a bruciare il villaggio e  a distruggere la sua casa, scappa con la famiglia nella foresta vicina. Restano molte settimane, sono tutti deboli e malati, i ribelli li attaccano nella foresta, la moglie muore poco dopo essere stata violentata.

Ho incotrato questo uomo solo  e disperato nel campo di rifugiati, quello organizzato da un gurppo di religiosi che avevano dato la disponibilità a mettere le tende nel loro giardino. Il suo racconto é stato difficile da ascoltare e ancora piu difficile poterlo aiutare a ritrovare fiducia nel futuro, aiutarlo a trovare interesse nella vita, nei suoi figli, nel suo lavoro. E che senso ha tutto cio per lui? Sa pefettamente che potrebbe perdere tutto di nuovo e allora, tanto vale accontantenarsi di sopravvivere senza troppo investire in sogni  ed essere costretto a vederli distrutti in qualche attimo.
Racconto la sua storia perché é simile a quelle vissuta da tutta la popolazione ed era disarmante allora come lo é oggi dopo un anno.

Adesso le persone non soffrono più in maniera visibile, una certa pace si é ristabilita, il campo dei preti si é svuotato e le persone che non hanno piu voluto tornare al loro villaggio sono stati rilocalizzati in un campo di lusso dell’UNCHR. Molto sono rimasti in Liberia, altri fanno andata e ritorno a seconda della stagione per seguire la raccolta nei campi.
Se in apparenza tutto sembra ristabilirsi, nel profondo la popolazione soffre, della perdite umane e materiali subite, di essere stati derubati ancora una volta della speranza di poter costruire e vivere in pace. Le questioni etniche nella zona persisteranno a lungo e tutti sanno che potrebbe di nuovo scoppiare una crisi violenta. É come se per il momento tutto dormisse e le persone cercassero di stare insieme, pur diffidando l’uno dell’altro, ma senza davvero poiettarsi verso un futuro e quindi senza davvero avere strategie a lungo termine.
Quest’anno non ho più un progetto psicosociale nella zona, la crisi é dichiarata ufficilemente finita e i donatori hanno spostato i loro interessi su crisi piu evidenti.

Distribuzione di semenze a Toulepleu un sabato mattina











E poi é l’eterna lotta per far comprendere che le persone non hanno solo fame e sete, ma che hanno dei sentimenti che vanno presi in considerazione e oltre al fatto che ne hanno diritto (perché non sono esseri umani di serie B) un sostegno psicosociale potrebbe essere di aiuto per ritrovare fiducia in se stessi, negli altri, nel futuro. Tutti gli altri progetti potrebbero funzionare meglio perché sarebbero piu duraturi, le persone non si acontenterebbero di ricevere del cibo distribuito, ma forse si implicherebbero di piu nel coltivare i campi, nell' aggregarsi per mettrere insieme le forze, le pompe di acqua, troverebbero un sistema comunitario per stoccare i cereali e averli a disposizione nei momenti più difficili.

Farò tutto il possibile per includere la dimensione psicosociale nei progetti futuri in questa zona, la battaglia non é ancora vinta...  ma non mollo!

martedì 3 luglio 2012

Due ritorni – 1° in Ethiopia a Dollo Ado


Volevo scrivere del mio ritorno a Dollo Ado in Etiopia del mese scorso ma il tempo é tiranno e sono subito partita per la Costa d’Avorio : altro ritorno.
Sono i due paesi che l’anno scorso mi hanno piu toccato da vicino e scosso emotivamente con le loro crisi umanitarie di cosi ampia portata :
  •  La  fame nel Corno d’Africa con i grandi movimenti di popolazioni che dalla Somalia sono partite a causa della siccictà e delle violenze nel Paese, attraversando i confini di Etiopia e Kenya.
  •  La crisi politica in Costa d’Avorio in seguito alle elezioni politche e ai conflitti etnici, con i massacri a Duékoué e gli sfollati in tutto l’Ovest del Paese.
Dopo meno di un anno rieccomi su questi due luoghi…
Cosa é cambiato ?

Non mi lancio in un’analisi dettagliata da vera operatrice umanitaria, preferisco restare su un piano più « profano » legato a impressioni ed emozioni.

A Dollo Ado… ero arrivata qui due mesi mezzo dopo la dichiarazione dellal crisi, quella crisi che nonostante i segni evidenti, non siamo stati in grado di anticipare. 

A quel tempo avevo visitato il campo di transito dove i rifugiati arrivano dopo giorni di viaggio in condizioni pietose. Aspettavano di essere asseganti ad un campo e venivano caricati su grossi camion per poi arrivare in quello che veniva allora definito un campo “5 stelle” se paragonato agli altri (esistenti già da anni). Peccato che  le tende si sono disfate nel giro di poco, che l’accesso all’acqua era quasi impossibile, per non parlare di toilette e docce. Le persone passavano le loro giornata a fare delle interminabili file sotto il sole, vento e sabbia neglia occhi, per ricevere ogni sorta di materiale distribuito.
Oggi... il campo é saturo, ne hanno costruito uno nuovo che si é riempito pure quello e quindi il 6 campo é in previsione visto che ogni giorno arrivano ancora 400 persone dalla Somalia. 

Ma le condizioni sono nettamente migliorate, non siamo ancora al 5 stelle e ovviamente mi proponessero di vivere li non ci starei (potendo scegliere) ma ci sono doccie, toilette, stanno rifacendo delle casettine in bambu (sembrano quasi villette a schiera), le persone hanno capito come funziona e sono ben organizzate, non fanno piu le lunghe file e i tassi di malnutrizione si sono abbassati.

 
Resta che vivono in un posto che non é casa loro, che per arrivarci hanno dovuto attraversare il deserto, vedere morire i loro bambini durante il viaggio, le donne hanno subito ogni sorta di violenza ( e nel campo tutt’ora sono vittime di attacchi ogni volta che sono sole) che sono isolati, senza supporto di amici e parente,la famiglia é riamsta in Somalia o attribuita ad un altro campo, resta che come tutti i rifugiati  non hanno prospettive per il futuro e nemmeno sanno come immaginarselo!
Qualche giorno prima della mia visita ho saputo che volevano chiudere il progetto di cui mi occupo, progetto che si occupa di rinforzare la relazione mamma-bambno, le capacità parentali della famiglia e per chi ne ha bisogno, di offrire un sostegno psicosociale. La prosepttiva di chiusura mi é stata presentata cosi: “nel campo nessuno é traumatizzato e anche se fosse, sono talmente abituati a vivere in quelle condizioni che per loro é normale”.
Una frase mostrusa detta da umanitari che pensano che le persone che aiutiamo non hanno gli stessi nostri bisogni, che soffrono e che non meritano che per loro sia “normale”.

In ogni caso per me, é stato un ritorno fantastico e se non fossi stanca, un po in crisi e inborghesita, credo che questo sia proprio il posto in cui dovrei essere per poter portare aiuto. Lo faccio da lontano battendomi per tenere aperti i miei progetti e supportando chi li mette in pratica. E’ stato stupendo lavorare con le ragazze dell’equipe! Mi hanno pure fatto una bellissima cerimonia del caffé, emozionante!!