mercoledì 12 marzo 2014

Bienvenue à Bangui

Sono arrivata ieri pomeriggio a Bangui. Troppo stanca della visita in Ciad per aver paura.
Mi sono sentita tranquilla, solo un po’ stranita: dall’oblo’ dell’aereo si vedeva il famoso campo di sfollati dell’aereoporto... le baracche e le tende tutte strappate arrivano praticamente fino sulla pista di atterraggio. In silenzio i passeggeri guardano fuori, senza parole... abbiamo sicuramente tutti sentito parlare molto di questo campo e vederlo dal vivo ti catapulta subito nella realtà del Paese, di quello che é successo e del dramma che ancora vive.
All’uscita, il cartellone di “Orange”, operatore telefonico, augura “Bienvenue à Bangui”... un messaggio accogliente in contrasto con le centinaia di militari presenti sulla pista.
E dopo un sonno tranquillo, eccomi davanti alla sofferenza e alla paura, quella vera, quella per la propria morte o quella dei propri cari. Una morte violenta a colpi di macete dettata da odio profondo e disumano.

All’ospedale di Bangui una donna con una bimba molto piccola é in lacrime, nonostante la bimba sia in situazione molto critica, la mamma vuole tornare nel suo ghetto dove é costretta a rimanere se non vuole essere uccisa. E’ mussulmana, e fuori da quel confine immaginario la sua vita é in pericolo. Vuole tornare nel campo: delle voci dicono che forse il campo sarà svuotato e le persone mandate altrove. Vuole tornare, ritrovare gli altri membri della sua famiglia, partire con loro, sperare di essere portata fuori dal paese sana e salva. Decidiamo di trasferirla perché possa essere curata dalle cliniche mobili nel campo anche se in realtà la bimba dovrebbe restare all’ospedale...
Ovviamente il rischio é alto... mi avvertono, mi preparano: c’é un punto del tragitto che non é sorvegliato da militari, in quel punto puo’ succedere di tutto.
Non ho paura, sono calma, in pace. Di fianco a me la donna con la sua bambina, che divora la scatola di riso, come se fosse il suo ultimo pasto, piange, prega, ha sicuramente paura. Sa che possono attacare la macchina o ucciderla appena ne esce.
Ed invece tutto fila liscio, arriviamo al sito PK 12, un gruppo di circa 1500 musulmani attorno ad una moschea. Sembra tutto tranquillo, les attività cominciano, consultazioni mediche, psicologiche, visite per i bimbi malnutriti.
Non solo bimbi... é pieno di adulti malnutriti... di adulti che dopo aver vissuto l’orrore ora vivono la paura, sono confinati in pochi metri, non possono uscire altrimenti sono trucidati. Non hanno niente, cibo, casa, vestiti. Viene da piangere! Ed é facile scoraggiarsi, cosa poter fare per queste persone? Quale sarà il loro destino? Ce la faranno?
E poi di nuovo una scelta difficile: un bimbo é estremamente malato, deve essere trasferito all’ospedale, ma la mamma non vuole, dopo lunghe discussioni scopriamo che la ragione é la speranza di partire sabato su un camion per il Camerun... é tremendo, dovere scegliere: fare morire il bimbo malato per poter salvare sé stessa e il resto della famiglia (ha altri 3 bimbi)... un silenzio lungo in cui chissà quali pensieri le sono passati per la testa. Una madre davanti ad una scelta del genere... ne ho viste tante in questi anni, alcune hanno scelto di sacrificare una vita per avere una speranza di salvarne altre... ma fa più male che altre volte, non so perché, mi sento davvero disarmata davanti a tutto questo dolore, a questo odio incomprensibile!
Alla fine accetta di trasferire il bimbo all’ospedale, ma solo fino a venerdi...non sarà sufficiente per farlo guarire, ma almeno per stabilizzare la sua situazione...

La giornata passa e quello che resta é un grande senso di impotenza.

Nessun commento: