venerdì 28 marzo 2014

Ultimo giorno a Bangui, un’avventura da film d’azione

Sono le 5.45 del mattino, come sempre i miei occhi si aprono prima della sveglia. Gli elicotteri militari volano basso, sono molti, non sembra un buon presagio per la giornata. A colazione i colleghi scherzano sul fatto che hanno bloccato i voli internazionali e che l’aeroporto oggi sarà chiuso (il mio ritorno é previsto per stasera), rido, ma sembra molto probabile. Nella mia testa i sentimenti sono confusi, una parte di me, spera sia vero: restare una settimana di più qui!
Vado al lavoro un po’ agitata, la partenza mi mette uno strano senso di ansia! Un vero nodo alla gola, allo stomaco... ma cerco di mantenere un minimo di concentrazione per vedere se riesco ad andare a fare un colloquio per la mia ricerca sulla trasmissione del trauma. I movimenti fuori dalla base sono limitati anche oggi, chiedo al mio capo cosa ne pensa: posso andare o no? mi autorizza. Vado, tranquilla, sulla strada la vita brulicante di sempre e poi arrivo al centro sanitario, trovo la mamma e la bimba che si prestano volontarie alla mia ricerca, facciamo il colloquio. Sono nel mio mondo ovattato, concentrata sul suo racconto di tragedie e sofferenze e la bimba che non smette di strillare. Dopo un’ora esco all'aperto, mi dicono che le altre equipes stanno accelerando il lavoro perché la situazione si scalda, dobbiamo rientrare.
Parto subito e rientro alla base, dove scopro che tutti erano preoccupati per me e che mi cercavano, per farmi rientrare, ma anche per dirmi che la strada di accesso all'aeroporto é disseminata di Anti-balaka e che sparano da qualche ora. Non si può accedere all'aeroporto almeno per il momento. E poi una soluzione si prospetta: partire in convoglio con un ‘altra ONG e passare dal grande campo di sfollati per evitare l’entrata principale e la strada con le barricate.
OK, mi preparo, un collega mi accompagna, sale davanti e mi dice di essere pronta a sdraiarmi dietro se sparano nella nostra direzione. Partiamo, sono calma, fa caldissimo! forse il giorno più caldo di queste due settimane. Le strade, che poche ore prima erano piene di vita, sono ora completamente deserte, é un paesaggio surreale, tra la polvere sollevata dal passare delle nostre macchine, il caldo torrido, il sudore che cola a grosse gocce, la vista obnubilata.
Siamo in silenzio, solo il rumore della radio che gracchia e ci domanda ogni tanto a che punto siamo. Sono calma e penso ad una cosa davvero stupida, come posso aver più paura dell’aereo che di quello che sto passando in questo momento?

Arriviamo al campo, decidiamo di scendere e di provare ad andare a piedi all'aeroporto, radio e telefono alla mano. Ci incamminiamo, il capo spedizione comincia a stressare, una banda di malviventi ci segue ci parla con un tono aggressivo, siamo in mezzo a 60.000 disperati che hanno fame e che non hanno piu’ nulla da perdere. Cammino a testa bassa, il capo dice di aumentare il passo, no! Non troppo, ok rallentiamo, la tensione aumenta e poi cominciano gli spari. Ci affrettiamo, l’aeroporto é davanti ai nostri occhi, c’é un buco nel filo spinato ed entriamo da li. Arrivati! gli spari ricominciano forte, qualche granata che sembra cosi’ vicina. E poi la lunga attesa sperando che Air France abbia l’autorizzazione di atterrare....

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