martedì 4 marzo 2014

Una vita da rifugiato

Adoro lavorare nei campi rifugiati... sono dei luoghi di grande sofferenza e l’esempio della resilienza umana davanti ad avvenimenti orribili e profondamenti traumatici.


Qui sento che l’azione umanitaria ha davvero la sua importanza e che il senso di quello che facciamo non é messo in discussione.
Ne  ho visti tanti nella mia breve esperienza umanitaria, dai più disastrosi e disumani ai piccoli villaggi ben organizzati, ma ognuno nasconde, a volte nemmeno troppo, un’infinita sofferenza!

Sofferenza per quello che si é perduto, persone care, casa, beni, lavoro, dignità; sofferenza per quello che si é vissuto nel paese di orignine: violenze dirette, violenze sui propri cari, violenze indicibili e che resteranno per anni o per sempre, nei flash back diurni e negli incubi notturni;
la sofferenza del viaggio: sotto il sole o la pioggia per giorni e settimane, incinta o con bimbi neonati, violenze sulle donne di ogni tipo, senza bere nè mangiare, con la paura di non sapere dove andare e l’incertezza di quello che si troverà;
la sofferenza di arrivare in un paese straniero e in un campo di rifugiati: le condizioni di vita difficili, la dipendenza dall’aiuto umanitario o dalla volontà dei governi, la paura di essere espulsi e mandati chissà dove, l’impossibilità di lavorare, di ricostruirsi una vera vita, di poter progettare un futuro e di immaginare questo futuro per i propri figli...
Detto cosi’ é forse semplice e molto scontanto, ma quando queste persone aprono il loro cuore, é molto dura trattenere le lacrime, é dura dormire la sera, é dura mantenere la distanza necessaria per essere professionale quanto basta per poter essere davvero di aiuto.

Sono contenta di poter vivere da vicino questa realtà, é la vita di milioni di persone, chiaramente é ingiusto... non posso far altro che fare la mia parte.

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