giovedì 5 marzo 2015

Storie di Ebola...


La signora A. non vuole parlare, dice che ogni volta che qualcuno gli chiede di raccontare, si sente male, cosi male che non lo puo’ sopportare : i suoi genitori, suo marito 2 figlie piccole, sono morti di Ebola il mese scorso. Anche lei é stata ricoverata, fa parte di quelle persone che sono chiamate « survivor ».
Eh si ! sopravvissuta… e ora come ricostruire una vita quando la tua famiglia é stata brutalmente decimata in pochi giorni ? Di storie cosi’ ne ho sentite tante in questi giorni e ho cercato di aiutare la mia equipe che, davanti a situazioni cosi drammatiche non sa cosa fare, non trova le parole… credo sarebbe difficile anche per uno psicologo con anni di esperienza !
Ebola ha distrutto molte famiglie, i pochi che sono rimasti, hanno vissuto momenti drammatici : stigamtizzati e maltrattati dalle loro comunità per paura. E come non avere paura…

Un vecchio signore é molto triste, si sente in colpa, sua figlia é morta, il suo corpo cremato. Già questo é difficile da accettare, culturamente é una specie di sacrilegio e in più non ha pututo fare quello che lui definisce « un sacrificio » per poter assicurare il paradiso alla figlia. E’ un duro peso da supportare !


Ma la storia che mi ha colpita di più é quella di un ragazzo, T.
Non perché é piu diffcile delle altre o perché ha sofferto di più, ma perché mi sono sentita « parte della storia ».
Arrivo davanti a casa sua con uno dei miei « counsellor » che era già passato la mattina presto, ma T. non era in forma non voleva parlare con nessuno… si é svegliato e non aveva da mangiare, di colpo ha pensato che se sua madre fosse stata li’, la colazione sarebbe stata pronta. Lei si occupava di tutto, ma é morta da poco.
Mi presento «  Buongiorno, mi chiamo Elisabetta », lui mi guarda strano, mi dico che non ha capito.
Ripeto come spesso faccio: “E’ come Elizabeth ma con una A alla fine” faccio un bel sorriso, il counsellor ride, gli dice che sono italiana. Ma T. non ride, ripete il mio nome e si gira verso quella che scopro essere sua zia (la sorella di sua madre). Parlano, si agitano, ripetono il moi nome. La zia parte di corsa piangendo. T. resta appoggiato ad un albero e delle grosse lacrime cominciano a scendere sul viso. Abbassa la voce e dice, « Mia madre si chiamava Elizabeth ».
Un momento un po’ difficile per tutti e poi l’atmosfera si distende e riusciamo a discutere un po’ con lui e a riconfortare la zia. E’ bastato davvero poco per mostrare la fragilità di questa famiglia in cui sono decedute molte persone.

Alla fine tutte queste storie di dolore si assomigliano, ma tutte mi hanno toccato molto. Questo paese che ho imparato ad amare 9 anni fa, quando vivevo qui…. É cambiato profondamente.

domenica 1 marzo 2015

No touch policy

Mi rendo conto di come é difficile non toccare niente e nessuno. Non appoggiarsi a niente, non sedersi, non portare le mani al viso, non stringere la mano a chi inocntri per la prima volta, non abbraccaire chi rivedi dopo tanti anni…
Tutti i cartelloni o i poster riportano il divieto di toccarsi. 
Le persone ci provano, ma non é facile, culturalmente sono abituati a comuniare con il  corpo a toccarsi, salutarsi con piccoli cesti e rituali he vanno al di là di una semplice stretta di mano.
Da quando i casi sono molto diminuiti sembra che le persone abbiano ripreso ad avere dei contatti, anche se il paese non é ancora stato dichiarato « Ebola free ».
Per la prima volta in piu di dieci anni di esperienza, nessuno mi ha offerto una sedia durante la mia visita nelle zone in quarantena. Nessun bambino si é avvicinato tentando di stringermi le mani o toccarmi un braccio, i saluti sono distaccati, apatici, senza sorrisi. Tutto cio’ mette molta tristezza, le persone hanno ancora paura, e lo shock di tutto quello che é successo in questi ultimi mesi é tangibile.
Per le mie equipes é talmente difficile avere una relazione di aiuto quando devono mantenere i 2 metri di distanza o quando devono fare counseilling ad una persona seduta. Il contatto umano é quasi impossibile da stabilire con queste misure di sicurezza, che in alcuni casi accentuano la discriminazione verso le vittime di Ebola.

I giorni passano senza nuovi casi confermati, si deve arrivare a 42 giorni per poter dire che l’incubo é finito…

giovedì 26 febbraio 2015

Ebola is real

Si Ebola esiste davvero, anche se non si vede, non é tangibile e forse é proprio questo a renderla cosi inquietante.
Per la prima volta da quando faccio questo mestiere ho avuto un sussulto al cuore arrivando all’aeroporto. Ho cercato di seguire quello che facevno gli altri e cosi mi sono diretta verso il bidone con acqua clorata e mi sono fatta prendere la temperatura.
Poi un po’ di panico aspettando le valige… mi rendo conto di come é difficile rispettare la « no touch policy », ovvero il rispetto di una certa distanza dalle persone. E’ tutto cosi confuso ….mi dico che davvero non é il tipo di contesto per me.
E poi il giorno dopo é la stessa cosa, cerco di copiare gil altri, mi sbaglio un po’ su tutto, mi metto anisa da sola…
Ok se ci penso razionalemente ci sono solo 4 casi confermati in tutto il paese, non é esattamente come qualche mese fa. Non significa che si deve abbassare la guardia, ma forse posso essere un pochino meno tesa.
Quali sono le regole ? semplice : non toccare niente e nessuno, disinfettare mani e piedi quando si entra in un luogo (ufficio, casa, supermercato, banca, etc.) e misurare la temperatura.

Diventa presto un’abitudine, una simpatica routine.


lunedì 23 febbraio 2015

In viaggio verso Ebola land


Dopo mesi in cui sono stata combattuta tra la coscenza professionale di dover fare questo viaggio e la paura du un virus cosi cocntagioso come l’Ebola,  eccomi qui… in volo verso Monrovia.
I giorni che hanno preceduto questo momento sono stati un po tesi… nella notte le angosce si sono espresse sotto forma di veri e propri incubi. Forse le troppe informazioni ricevute prima della partenza, mi hanno un po allarmata piu che rassicurata.
In realtà lo so bene che nonostante il rischio resti presente ed elevato, con le misure di sicurezza si riduce di molto. Ci sono sempre meno casi confermati in Liberia, ma questo spesso vuol dire che i comportamenti di sicurezza, di igiene, di distanza,etc.  vengono un po’ snobbati : il rischio … minimizzato e sottovalutato.
Se metto da parte questa apprensione, mi dico che sarà un’esperienza molto interessante, qualcosa di nuovo, non essendo sepcialista di psicopatologia delle epidemie.
L’aereo non é per niente pieno… ovvio … e tra l’altro fa scalo a Dakar, sono curiosa di vedere alla fine quanti saremo ad arrivare a Monrovia…

Se non altro questa esperienza mi ha ridato voglia e un prestesto per scrivere sulle mie pagine rosa.