Sono venuta nell’ovest di
questo magnifico paese l’anno scorso a fine agosto. A Man dove avevamo una base
operativa e dal quale un brulicante parco macchine ogni mattina partiva in
tutte le direzioni della regione per portare soccorso a una popolazione
fortemente toccata da massacri e inimmaginabili violenze.
Molti, ai primi segnali d’instabilità
politica in seguito alle contestate elezioni politiche di fine 2011, sono
partiti come misura preventiva, memori della crisi e delle violenze di 10 anni
prima. Altri, pur vedendo la storia ripetersi e pur avendo ancora incubi,
paure, ricordi traumatici legati al 2002 non hanno avuto la posibilità di
attraversare i confini e andare nella vicina Liberia... e sono rimasti,
scappati in foresta per giorni e giorni, morti di fame, aggrediti dai ribelli,
derubati di ogni bene.
Un uomo incontrato nel
campo di Duékoué l’anno scorso confidava la sua disperazione: originaro della
regione, nel 2002 era parito per fuggire le violenze e si era rifugiato in
capitale a Abidjan, la sua casa era sata distrutta e la famiglia uccisa davanti
ai suoi occhi. Con il passare della crisi e lo stabilizzarsi del paese, era
riuscito a ricostriursi una vita a trovare un lavoro, farsi una famiglia e
avere abbastanza soldi per ritornare nella sua regione e ricostruire una casa
con sua moglie e i due figli. Ed ecco che l’anno scorso tutto si ripete: troppo
tardi capisce la gravità della situazione, come lui, molti altri hanno
sottovalutato quello che poteva accadere, non potevano credere che tutto si
potesse ripetere, non dopo tanta violenza. E cosi, quando i ribelli arrivano a
bruciare il villaggio e a distruggere la
sua casa, scappa con la famiglia nella foresta vicina. Restano molte settimane,
sono tutti deboli e malati, i ribelli li attaccano nella foresta, la moglie
muore poco dopo essere stata violentata.
Ho incotrato questo uomo
solo e disperato nel campo di rifugiati,
quello organizzato da un gurppo di religiosi che avevano dato la disponibilità
a mettere le tende nel loro giardino. Il suo racconto é stato difficile da
ascoltare e ancora piu difficile poterlo aiutare a ritrovare fiducia nel
futuro, aiutarlo a trovare interesse nella vita, nei suoi figli, nel suo
lavoro. E che senso ha tutto cio per lui? Sa pefettamente che potrebbe perdere
tutto di nuovo e allora, tanto vale accontantenarsi di sopravvivere senza
troppo investire in sogni ed essere
costretto a vederli distrutti in qualche attimo.
Racconto la sua storia
perché é simile a quelle vissuta da tutta la popolazione ed era disarmante
allora come lo é oggi dopo un anno.
Adesso le persone non
soffrono più in maniera visibile, una certa pace si é ristabilita, il campo dei
preti si é svuotato e le persone che non hanno piu voluto tornare al loro
villaggio sono stati rilocalizzati in un campo di lusso dell’UNCHR. Molto sono
rimasti in Liberia, altri fanno andata e ritorno a seconda della stagione per
seguire la raccolta nei campi.
Se in apparenza tutto sembra ristabilirsi, nel profondo la popolazione soffre, della perdite umane e materiali subite, di essere stati derubati ancora una volta della speranza di poter costruire e vivere in pace. Le questioni etniche nella zona persisteranno a lungo e tutti sanno che potrebbe di nuovo scoppiare una crisi violenta. É come se per il momento tutto dormisse e le persone cercassero di stare insieme, pur diffidando l’uno dell’altro, ma senza davvero poiettarsi verso un futuro e quindi senza davvero avere strategie a lungo termine.
Quest’anno non ho più un progetto psicosociale nella zona, la crisi é dichiarata ufficilemente finita e i donatori hanno spostato i loro interessi su crisi piu evidenti.
| Distribuzione di semenze a Toulepleu un sabato mattina |
E poi é l’eterna lotta
per far comprendere che le persone non hanno solo fame e sete, ma che hanno dei
sentimenti che vanno presi in considerazione e oltre al fatto che ne hanno
diritto (perché non sono esseri umani di serie B) un sostegno psicosociale
potrebbe essere di aiuto per ritrovare fiducia in se stessi, negli altri, nel
futuro. Tutti gli altri progetti potrebbero funzionare meglio perché sarebbero
piu duraturi, le persone non si acontenterebbero di ricevere del cibo
distribuito, ma forse si implicherebbero di piu nel coltivare i campi, nell' aggregarsi per mettrere insieme le forze, le pompe di acqua, troverebbero un
sistema comunitario per stoccare i cereali e averli a disposizione nei momenti più
difficili.
Farò tutto il possibile
per includere la dimensione psicosociale nei progetti futuri in questa zona, la
battaglia non é ancora vinta... ma non
mollo!








