Utlimo giorno,
domenica, ancora molto da fare prima di chiudere la valigia e tornare per
qualche ora a Parigi.
E’ stata dura, le
giornate di lavoro di 15 ore, di cui 6 passate sotto il sole a più di 40°, la
pelle bruciata, le labbra spaccate dal sole e dal vento...
Avevo dimenticato
cosa vuol dire lavorare con delle equipes locali che sono motivate da uno
stipendio e non da un impegno umanitario, come é difficile spronarli a una
realzione d’aiuto e supporto per i più vulnerabili...
Ho ascoltato
storie di dolore e orrori inenarrabili e visto donne coraggiose che non perdono
la speranza, ma che soffrono per il passato che non le abbandona mai nemmeno di
notte, per un presente che vuol dire vivere a 12 in una piccola tenda
caldissima e minacciata da serpenti, per un futuro incerto e difficile da immaginare...
Parlano volentieri, cercano con la parola di scacciare i pensieri e sperano che
le immagini delle persone care trucidate a colpi di macete o i suoni che
riecheggiano ancore nelle orecchie di colpi di fucile giorno e notte,
spariscano d’incanto... cercano un po’ di pace, un po’ di sollievo... quello
che spero potremo dare noi con il nostro progetto, che sembrano apprezzare.
Ovviamente sono
triste per i rifugiati del Centrafrica, che in questo campo a N’Djamena sono
relativamente pochi, circa 5.000, ma che a sud alla frontiera sono molti di più
e vivono in condizioni disastrose, senza l’aiuto umanitario.
L’esperienza é
stata magnifica, ed ho imparato molto, anche su di me. Torno per qualche
ora in Europa, prima di ripartire per il Centrafrica e vedere da vicino cosa
succede in quel paese stupendo, sfigurato dalla guerra.
Parto con tanti
racconti condivisi e tante immagini nel cuore... eccone alcune:


