Volevo scrivere
del mio ritorno a Dollo Ado in Etiopia del mese scorso ma il tempo é tiranno e
sono subito partita per la Costa d’Avorio : altro ritorno.
Sono i due paesi
che l’anno scorso mi hanno piu toccato da vicino e scosso emotivamente con le
loro crisi umanitarie di cosi ampia portata :
- La fame nel Corno d’Africa con i grandi movimenti di popolazioni che dalla Somalia sono partite a causa della siccictà e delle violenze nel Paese, attraversando i confini di Etiopia e Kenya.
- La crisi politica in Costa d’Avorio in seguito alle elezioni politche e ai conflitti etnici, con i massacri a Duékoué e gli sfollati in tutto l’Ovest del Paese.
Dopo meno di un
anno rieccomi su questi due luoghi…
Cosa é
cambiato ?
Non mi lancio in
un’analisi dettagliata da vera operatrice umanitaria, preferisco restare su un
piano più « profano » legato a impressioni ed emozioni.
A Dollo Ado… ero
arrivata qui due mesi mezzo dopo la dichiarazione dellal crisi, quella crisi
che nonostante i segni evidenti, non siamo stati in grado di anticipare.
A quel tempo
avevo visitato il campo di transito dove i rifugiati arrivano dopo giorni di
viaggio in condizioni pietose. Aspettavano di essere asseganti ad un campo e venivano
caricati su grossi camion per poi arrivare in quello che veniva allora definito
un campo “5 stelle” se paragonato agli altri (esistenti già da anni). Peccato
che le tende si sono disfate nel giro di
poco, che l’accesso all’acqua era quasi impossibile, per non parlare di
toilette e docce. Le persone passavano le loro giornata a fare delle interminabili
file sotto il sole, vento e sabbia neglia occhi, per ricevere ogni sorta di
materiale distribuito.
Oggi... il campo
é saturo, ne hanno costruito uno nuovo che si é riempito pure quello e quindi
il 6 campo é in previsione visto che ogni giorno arrivano ancora 400 persone
dalla Somalia.
Ma le condizioni
sono nettamente migliorate, non siamo ancora al 5 stelle e ovviamente mi
proponessero di vivere li non ci starei (potendo scegliere) ma ci sono doccie,
toilette, stanno rifacendo delle casettine in bambu (sembrano quasi villette a
schiera), le persone hanno capito come funziona e sono ben organizzate, non
fanno piu le lunghe file e i tassi di malnutrizione si sono abbassati.
Resta che vivono
in un posto che non é casa loro, che per arrivarci hanno dovuto attraversare il
deserto, vedere morire i loro bambini durante il viaggio, le donne hanno subito
ogni sorta di violenza ( e nel campo tutt’ora sono vittime di attacchi ogni
volta che sono sole) che sono isolati, senza supporto di amici e parente,la famiglia
é riamsta in Somalia o attribuita ad un altro campo, resta che come tutti i
rifugiati non hanno prospettive per il
futuro e nemmeno sanno come immaginarselo!

Qualche giorno prima
della mia visita ho saputo che volevano chiudere il progetto di cui mi occupo, progetto
che si occupa di rinforzare la relazione mamma-bambno, le capacità parentali
della famiglia e per chi ne ha bisogno, di offrire un sostegno psicosociale. La
prosepttiva di chiusura mi é stata presentata cosi: “nel campo nessuno é
traumatizzato e anche se fosse, sono talmente abituati a vivere in quelle
condizioni che per loro é normale”.
Una frase
mostrusa detta da umanitari che pensano che le persone che aiutiamo non hanno
gli stessi nostri bisogni, che soffrono e che non meritano che per loro sia “normale”.
In ogni caso per
me, é stato un ritorno fantastico e se non fossi stanca, un po in crisi e
inborghesita, credo che questo sia proprio il posto in cui dovrei essere per
poter portare aiuto. Lo faccio da lontano battendomi per tenere aperti i miei
progetti e supportando chi li mette in pratica. E’ stato stupendo lavorare con
le ragazze dell’equipe! Mi hanno pure fatto una bellissima cerimonia del caffé,
emozionante!!








1 commento:
Sono contenta che sei tornata!! mi mancavano così tanto i tuoi post!
un bacio grande nico
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