Adoro lavorare nei campi rifugiati... sono dei luoghi di grande sofferenza e
l’esempio della resilienza umana davanti ad avvenimenti orribili e
profondamenti traumatici.
Qui sento che l’azione umanitaria ha davvero la sua importanza e che il
senso di quello che facciamo non é messo in discussione.
Ne ho visti tanti nella mia breve
esperienza umanitaria, dai più disastrosi e disumani ai piccoli villaggi ben
organizzati, ma ognuno nasconde, a volte nemmeno troppo, un’infinita
sofferenza!
Sofferenza per quello che si é perduto, persone care, casa, beni, lavoro, dignità;
sofferenza per quello che si é vissuto nel paese di orignine: violenze dirette,
violenze sui propri cari, violenze indicibili e che resteranno per anni o per
sempre, nei flash back diurni e negli incubi notturni;
la sofferenza del viaggio: sotto il sole o la pioggia per giorni e
settimane, incinta o con bimbi neonati, violenze sulle donne di ogni tipo,
senza bere nè mangiare, con la paura di non sapere dove andare e l’incertezza
di quello che si troverà;
la sofferenza di arrivare in un paese straniero e in un campo di rifugiati:
le condizioni di vita difficili, la dipendenza dall’aiuto umanitario o dalla
volontà dei governi, la paura di essere espulsi e mandati chissà dove, l’impossibilità
di lavorare, di ricostruirsi una vera vita, di poter progettare un futuro e di
immaginare questo futuro per i propri figli...
Sono contenta di poter vivere da vicino questa realtà, é la vita di milioni
di persone, chiaramente é ingiusto... non posso far altro che fare la mia
parte.
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