sabato 7 luglio 2012

Due ritorni – 2° Costa d’ Avorio – Regione delle 18 montagne

Sono venuta nell’ovest di questo magnifico paese l’anno scorso a fine agosto. A Man dove avevamo una base operativa e dal quale un brulicante parco macchine ogni mattina partiva in tutte le direzioni della regione per portare soccorso a una popolazione fortemente toccata da massacri e inimmaginabili violenze.
Molti, ai primi segnali d’instabilità politica in seguito alle contestate elezioni politiche di fine 2011, sono partiti come misura preventiva, memori della crisi e delle violenze di 10 anni prima. Altri, pur vedendo la storia ripetersi e pur avendo ancora incubi, paure, ricordi traumatici legati al 2002 non hanno avuto la posibilità di attraversare i confini e andare nella vicina Liberia... e sono rimasti, scappati in foresta per giorni e giorni, morti di fame, aggrediti dai ribelli, derubati di ogni bene.

Un uomo incontrato nel campo di Duékoué l’anno scorso confidava la sua disperazione: originaro della regione, nel 2002 era parito per fuggire le violenze e si era rifugiato in capitale a Abidjan, la sua casa era sata distrutta e la famiglia uccisa davanti ai suoi occhi. Con il passare della crisi e lo stabilizzarsi del paese, era riuscito a ricostriursi una vita a trovare un lavoro, farsi una famiglia e avere abbastanza soldi per ritornare nella sua regione e ricostruire una casa con sua moglie e i due figli. Ed ecco che l’anno scorso tutto si ripete: troppo tardi capisce la gravità della situazione, come lui, molti altri hanno sottovalutato quello che poteva accadere, non potevano credere che tutto si potesse ripetere, non dopo tanta violenza. E cosi, quando i ribelli arrivano a bruciare il villaggio e  a distruggere la sua casa, scappa con la famiglia nella foresta vicina. Restano molte settimane, sono tutti deboli e malati, i ribelli li attaccano nella foresta, la moglie muore poco dopo essere stata violentata.

Ho incotrato questo uomo solo  e disperato nel campo di rifugiati, quello organizzato da un gurppo di religiosi che avevano dato la disponibilità a mettere le tende nel loro giardino. Il suo racconto é stato difficile da ascoltare e ancora piu difficile poterlo aiutare a ritrovare fiducia nel futuro, aiutarlo a trovare interesse nella vita, nei suoi figli, nel suo lavoro. E che senso ha tutto cio per lui? Sa pefettamente che potrebbe perdere tutto di nuovo e allora, tanto vale accontantenarsi di sopravvivere senza troppo investire in sogni  ed essere costretto a vederli distrutti in qualche attimo.
Racconto la sua storia perché é simile a quelle vissuta da tutta la popolazione ed era disarmante allora come lo é oggi dopo un anno.

Adesso le persone non soffrono più in maniera visibile, una certa pace si é ristabilita, il campo dei preti si é svuotato e le persone che non hanno piu voluto tornare al loro villaggio sono stati rilocalizzati in un campo di lusso dell’UNCHR. Molto sono rimasti in Liberia, altri fanno andata e ritorno a seconda della stagione per seguire la raccolta nei campi.
Se in apparenza tutto sembra ristabilirsi, nel profondo la popolazione soffre, della perdite umane e materiali subite, di essere stati derubati ancora una volta della speranza di poter costruire e vivere in pace. Le questioni etniche nella zona persisteranno a lungo e tutti sanno che potrebbe di nuovo scoppiare una crisi violenta. É come se per il momento tutto dormisse e le persone cercassero di stare insieme, pur diffidando l’uno dell’altro, ma senza davvero poiettarsi verso un futuro e quindi senza davvero avere strategie a lungo termine.
Quest’anno non ho più un progetto psicosociale nella zona, la crisi é dichiarata ufficilemente finita e i donatori hanno spostato i loro interessi su crisi piu evidenti.

Distribuzione di semenze a Toulepleu un sabato mattina











E poi é l’eterna lotta per far comprendere che le persone non hanno solo fame e sete, ma che hanno dei sentimenti che vanno presi in considerazione e oltre al fatto che ne hanno diritto (perché non sono esseri umani di serie B) un sostegno psicosociale potrebbe essere di aiuto per ritrovare fiducia in se stessi, negli altri, nel futuro. Tutti gli altri progetti potrebbero funzionare meglio perché sarebbero piu duraturi, le persone non si acontenterebbero di ricevere del cibo distribuito, ma forse si implicherebbero di piu nel coltivare i campi, nell' aggregarsi per mettrere insieme le forze, le pompe di acqua, troverebbero un sistema comunitario per stoccare i cereali e averli a disposizione nei momenti più difficili.

Farò tutto il possibile per includere la dimensione psicosociale nei progetti futuri in questa zona, la battaglia non é ancora vinta...  ma non mollo!

martedì 3 luglio 2012

Due ritorni – 1° in Ethiopia a Dollo Ado


Volevo scrivere del mio ritorno a Dollo Ado in Etiopia del mese scorso ma il tempo é tiranno e sono subito partita per la Costa d’Avorio : altro ritorno.
Sono i due paesi che l’anno scorso mi hanno piu toccato da vicino e scosso emotivamente con le loro crisi umanitarie di cosi ampia portata :
  •  La  fame nel Corno d’Africa con i grandi movimenti di popolazioni che dalla Somalia sono partite a causa della siccictà e delle violenze nel Paese, attraversando i confini di Etiopia e Kenya.
  •  La crisi politica in Costa d’Avorio in seguito alle elezioni politche e ai conflitti etnici, con i massacri a Duékoué e gli sfollati in tutto l’Ovest del Paese.
Dopo meno di un anno rieccomi su questi due luoghi…
Cosa é cambiato ?

Non mi lancio in un’analisi dettagliata da vera operatrice umanitaria, preferisco restare su un piano più « profano » legato a impressioni ed emozioni.

A Dollo Ado… ero arrivata qui due mesi mezzo dopo la dichiarazione dellal crisi, quella crisi che nonostante i segni evidenti, non siamo stati in grado di anticipare. 

A quel tempo avevo visitato il campo di transito dove i rifugiati arrivano dopo giorni di viaggio in condizioni pietose. Aspettavano di essere asseganti ad un campo e venivano caricati su grossi camion per poi arrivare in quello che veniva allora definito un campo “5 stelle” se paragonato agli altri (esistenti già da anni). Peccato che  le tende si sono disfate nel giro di poco, che l’accesso all’acqua era quasi impossibile, per non parlare di toilette e docce. Le persone passavano le loro giornata a fare delle interminabili file sotto il sole, vento e sabbia neglia occhi, per ricevere ogni sorta di materiale distribuito.
Oggi... il campo é saturo, ne hanno costruito uno nuovo che si é riempito pure quello e quindi il 6 campo é in previsione visto che ogni giorno arrivano ancora 400 persone dalla Somalia. 

Ma le condizioni sono nettamente migliorate, non siamo ancora al 5 stelle e ovviamente mi proponessero di vivere li non ci starei (potendo scegliere) ma ci sono doccie, toilette, stanno rifacendo delle casettine in bambu (sembrano quasi villette a schiera), le persone hanno capito come funziona e sono ben organizzate, non fanno piu le lunghe file e i tassi di malnutrizione si sono abbassati.

 
Resta che vivono in un posto che non é casa loro, che per arrivarci hanno dovuto attraversare il deserto, vedere morire i loro bambini durante il viaggio, le donne hanno subito ogni sorta di violenza ( e nel campo tutt’ora sono vittime di attacchi ogni volta che sono sole) che sono isolati, senza supporto di amici e parente,la famiglia é riamsta in Somalia o attribuita ad un altro campo, resta che come tutti i rifugiati  non hanno prospettive per il futuro e nemmeno sanno come immaginarselo!
Qualche giorno prima della mia visita ho saputo che volevano chiudere il progetto di cui mi occupo, progetto che si occupa di rinforzare la relazione mamma-bambno, le capacità parentali della famiglia e per chi ne ha bisogno, di offrire un sostegno psicosociale. La prosepttiva di chiusura mi é stata presentata cosi: “nel campo nessuno é traumatizzato e anche se fosse, sono talmente abituati a vivere in quelle condizioni che per loro é normale”.
Una frase mostrusa detta da umanitari che pensano che le persone che aiutiamo non hanno gli stessi nostri bisogni, che soffrono e che non meritano che per loro sia “normale”.

In ogni caso per me, é stato un ritorno fantastico e se non fossi stanca, un po in crisi e inborghesita, credo che questo sia proprio il posto in cui dovrei essere per poter portare aiuto. Lo faccio da lontano battendomi per tenere aperti i miei progetti e supportando chi li mette in pratica. E’ stato stupendo lavorare con le ragazze dell’equipe! Mi hanno pure fatto una bellissima cerimonia del caffé, emozionante!!


domenica 22 aprile 2012

Disavventure di una mezza-giornata a Ginevra

Eccomi a Ginevra per seguire la formazione sulla “Scala di valutazione del comportamento neonatale di Brazelton”.
Arrivo di venerdì perché la scuola ha deciso che prima della vera e propria formazione mi tocca frequentare un corso di sensibilizzazione di 3 ore… chissà a cosa servirà mai, se sono disposta a sborsare tutti i soldi che chiedono (in questo caso non direttamente di tasca mia per fortuna) vorrà ben dire che sono già sensibilizzata no?
Arrivo già un po’ nervosetta alla stazione, all’idea che devo passare il week end a Ginevra e pagare 3 notti di Hotel  per niente (queste le devo pagare ioL)
Ecco piove tipo diluvio universale e sono in ritardo perché nel frattempo ho cazzeggiato a Starbucks per testare la connessioni wifi e rispondere a delle mail di lavoro.
Devo sbrigarmi, sento che non sono molto organizzata e che a parte stampare gli orari degli autobus non mi sono molto informata. Seguo quello che fanno le persone intorno a me, vanno ad una macchinetta e prendono i biglietti del bus/tram: davanti alla macchinetta opto per “biglietto Ginevra 1h”, internet mi indicava 30 minuti, quindi dovrei starci nei tempi. La macchinetta chiede quanti biglietti e io convinta gli dico 3, cosi sono sicura per il ritorno e anche per il giorno dopo, poi mi organizzerò meglio. Accidenti un salasso, ben 9€!
Pazienza non ho tempo per rimuginare, disperata sotto la pioggia cerco la stazione del bus e per un pelo lo perdo! Il tempo passa, mi dico che alle formazioni tutti arrivano in ritardo e poi penso che siamo in Svizzera, forse qui si usa essere puntuali ??? ovvio Betta!
Finalmente salgo sul bus, cerco come timbrare il biglietto, ma non trovo niente… mi viene un dubbio, cerco il biglietto che ho in tasca: noooooooo! La validità di un’ora non è da quando lo si timbra, ma da quando lo si compra, cosa me ne faccio degli altri che ho comprato?? Comincia proprio male!
Ma non mi scoraggio, devo concentrarmi su come arrivare alla Clinique de Grangettes: devo prendere una coincidenza in centro. Quindi scendo e il mio piano stampato dice, camminare per 3 minuti, bene e in che direzioneeeeee? Quanto vorrei che il mio iPhone mi aiutasse!(inutile dire che ne sono ormai completamente dipendente) ma in terra straniera, non mi da nessun tipo di indicazione.
Allora, alla vecchia maniera, chiedo ad una signora dove si prende il tram 12 e lei mi indica il percorso, mi dice anche di risalire di corsa sul bus da cui sono appena scesa, perché farà una svolta e poi arriverà vicino alla fermata del 12 evitandomi di correre sotto la pioggia con borsa, borsone, PC… La guardo perplessa e titubante, il mio foglio stampato da internet dice che devo camminare 3 minuti, non può essere vero quello che mi suggerisce la signora.
Troppo tardi il bus chiude le porte e riparte e io mi avventuro senza ombrello fino alla fermata. Mentre aspetto il tram 12 ecco arrivare il bus che avevo snobbato. Pfffff perché mi fido più della tecnologia che di una persona che abita qui?
Arrivo alla clinica in cui si tiene la formazione e sono felicissima, sono solo le 14.05, sono puntuale! Purtroppo la mia nozione di puntualità non è molto svizzera, entro nella sala e sono già tutti seduti, hanno cominciato già da 5 minuti, ovvio! Mi scuso, prendo posto…  L
Almeno queste 3 ore di sensibilizzazione sono state interessanti e non rimpiango la scelta, un po’ costosetta, ma ne vale la pena. E stasera per festeggiare,  pizza! Bè trovare una pizza buona a Parigi non è cosi facile e qui mi sembrano non male (ho osservato da dietro ai vetri dei ristoranti J bella figurona).
Tutta contenta mi siedo nella pizzeria… dopo 15 minuti che nessuno mi viene a chiedere cosa voglio ordinare, chiamo la signorina che arriva e mi guarda un po meravigliata… poi capisce e chiede “ E’ da sola?” e io “si” e lei aprendo gli occhi sbalordita“ sola????”.

Ffffffffffffffffff (è uno sbuffo di’ insofferenza) che provinciali! E pensare che a Parigi mangiare o bere un bicchiere di vino soli leggendo un libro non è strano per nessuno e io l’adoro!
Basta giornata finita, meno male… mi attende il week end in questa città che per ora mi piace proprio poco… me la caverò? J

lunedì 2 aprile 2012

Sempé e i suoi personaggi magici

Il week end scorso é finita la mostra di Jean-Jacques Sampé : "Sempé, un peu de Paris et d'ailleurs»  all’ Hotel de Ville".
Stupende le mostre organizzate periodicamente al Comune di Parigi e per giunta grautite.
Ovvio si deve pazientare lungamente in fila, ma ne vale la pena ed é l’occasione per nuove ed interessanti scoperte… soprattutto per un’ignorante come come me J
La mostra di Sampé é cominciata nell’ottobre scorso ed é stata prolungata, visto l’enorme successo.
Oltre al bellissimo poster che ha tappezzato la città per mesi, questo successo che mi ha incuriosito.


Chi é Sampé ? Sopresa di scoprire che é niente popò di meno (si scrive cosi ? non é un modo di dire proprio aulico J) il papà/disegnatore del Petit Nicolas, che forse in Italia non è stra-conosciuto, ma ovviamnete qui é un’istituzione.
Non sono appassionata del pesonaggio perchè la storia é ambientata negli anni '50 e  le scenette rappresentate non fanno parte della mia storia, quindi non mi rinviano a dei ricordi.
Quello che é stato sorprendente é scoprire tutto il resto, tutto quello che ha disegnato negli anni, dagli esordi ai giorni d’oggi e i fumetti pieni di humor e finezza.

Due personaggi mi hanno appassionato e commosso :
Raoul Taburin e Catherine Certitude per la loro semplicità, per la magia del loro mondo interiore



Raoul Taburin ha un negozio dove vende e ripara biciclette. Sa tutto sulle bici  e il cicliscmo, conosce ciclisti imporanti che hanno partecipato/visto il Tour de France,  per lui nessun problema é irrisolvibile e chiunque entri nel negozio puo essere sicuro di uscire con la bici riparata e in perfette condizioni. Conosciuto e rinomato in tutta la sua città… in reltà nasconde un segreteo che lo rende triste ed insicuro : non é capace di andare in bici. Tutte le volte che ci ha provato é sempre caduto !


In questa immagine all’inizio della storia, mi sembra quasi di rivivere il suo dispiacere, la usa frustrazione… di quelle che hai quando sei giovane e che guardando gi altri ti senti sempre meno bravo e bello (almeno cosi era per me nell’età  della pre-adolescente)


Ma poi un giorno arriva un fotografo famoso, che vuole fotografare il grande Raoul Taburin in sella… ce la farà finalmente a salire su una bici senza cadere ??? non vi svelo la fine (a meno che lo vogliate)…

Catherine Certitude invece é una bambina, che come il suo papà porta gli occhiali, é miope. Vivono a Parigi e la mamma è a New York per lavoro. Sogna di diventare una grande ballerina, ma al corso di danza, il primo giorno, le dicono che per danzare deve togliersi gli  occhiali...Catherine scopre il vantaggio di vivere in due mondi, il mondo reale di quando indossa gli occhiali e un mondo sfocato pieno di dolcezza, senza ostacoli, dove si balla come in un sogno. Bellissimo!

giovedì 29 marzo 2012

Lavatrice? no grazie


Da ottobre subaffitto 25 m2 nell’11 arrondissement… il vero locatario è partito per Haiti per un anno e, non potendo affittare in regola per il fatto di non avere un contratto a tempo indeterminato… questa soluzione mi aveva salvato la vita! eh si è davvero dura fare la vita dell’immigrato…
Ma va be non importa, l’appartamento poco alla volta ha preso forma, è sicuramente cambiato e mi sono sempre detta che poi avrei avuto il tempo di rimettere tutto a posto per ottobre quando il tipo sarebbe ritornato.
Ma…. Colpo di scena ecco che riappare questa settimana: a Parigi per una formazione, mi domanda se può passare a prendere alcune cose che ha lasciato nell’armadio…

Accidenti e come spigare che tutte le sue foto e maschere attaccate al muro sono finite in un grosso scatolone nell’armadio? E i suoi libri? E il futon che ho glissato sotto il letto? Per non parlare del forno a microonde (che non uso) nascosto in un armadietto della cucina. E ancora il tavolino che si è disintegrato e ho sostituito con uno nuovo di zecca, che ovviamente gli lascerò, ma se non gli piace? E il tappeto che ho arrotolato, nascosto e sostituito con una straordinaria pelle di mucca?



Cercherò di tranquillizzarlo mostrandogli dove tutto è stato nascosto… ma quello che più mi crea ansia è la lavatrice!
Ovviamente quella non l’ho nascosta, e non le ho nemmeno cercato un posto strano dove metterla, è già in posto strano: nell’armadio della camera da letto.
Si perché poco prima di partire per Haiti il locatario ha fatto 7 piani senza ascensore per portare una lavatrice in casa (per evitare di andare sempre alla lavanderia a gettoni!), ma non essendoci posto né attacchi in casa, l’ha messa nell’armadio con l’idea di creare un tunnel per far passare un tubo e collegarla con la cucina… Mi aveva lasciato i contatti di un suo amico che doveva fare questo lavoro allucinante e io non l’ho mai chiamato… ecco io ora temo che ritorni alla carica con questa storia. Non ci penso proprio a fare fare una cosa del genere! Vorrebbe dire perdere tutta una parte di ripiani e dover fare il bucato nell’armadio… ma che razza di idea!
E poi ormai ha trovato una funziona tutta sua, fa da cassettiera, dove mettere gli asciugamani che non saprei dove altro mettere J
… perché la lavatrice ha tante funzioni J, come non ricordarsi di questa pubblicità della Heineken???


lunedì 26 marzo 2012

Faccia o sedere?


A lungo nascosta dietro scuse di ogni tipo: freddo, troppo lavoro, stanchezza, etc. ho rimandato ogni tipo di attività sportiva. Non che abbia mai fatto chissà che, ma sempre più di questo ultimo anno…
E’ chiaro che avvicinandosi la bella stagione devo correre ai rimedi J e poi mi rendo conto che alla mia età è sempre più difficile rimanere in forma.

Mi sono pure fermata a riflettere a quello che diceva Coco Chanel: “Ad una certa età una donna deve decidere tra faccia e sedere”… ovvero cercare di dimagrire e essere in forma fisicamente potrebbe avere un impatto molto forte sul viso, con tanto di rughe accentuate e svuotamento dell’ovale.

Non ancora pronta a scegliere tra uno e l’altro e motivata a trovare un giusto compresso, mi sono fatta tentare da un’offerta di Grupon, 2 mesi di accesso in palestra per soli 29€!

Eccomi allora, entrare in una palestra, dopo ben 20 anni …

Timidamente mi cambio nei camerini, non vola una mosca, ci guardiamo tutte un po’ di traverso, sicuramente ci sono altre ragazze che vengono per la prima volta e sono un po’ disorientate come me.
Va bene, chiuso con il lucchetto rosa il mio armadietto, mi sento pronta all'avventura.
Uh la la… non ce la posso fare, non ci capisco niente, guardo gli altri con disinvoltura per non fare capire che sono la prima sfigata di turno e poi scelgo una strategia saggia. Mi metto in coda ad aspettare che si liberi un tapis roulant. Cosi ho il tempo di guardarmi intorno e capire come funziona dando l’impressione di sapere il fatto mio.
Il tempo passa e mi dico che se non fosse per il prezzo stracciato dell’offerta di certo non ci tornerei. Ognuno con le sue cuffiette, in pieno isolamento a ripetere gesti all’infinito… faccio marcia indietro? Sono tentata, ma si libera un posto ed eccomi davanti alla macchina cercando di capire come si imposta. Dai ce la posso fare, di solito con la tecnologia me la cavo ed infatti è abbastanza intuitivo, parto con 20 minuti… sicuramente troppi peri l mio stato fisico ma a differenza di quando corro per strada, qui se non ce la faccio più, posso fermarmi e sono sempre allo stesso punto, non devo farmi tutto il tragitto di ritorno a piedi stanca morta ;)…che poi è proprio la cosa che mi fa venire il panico le rare volte che mi decido a correre su strada: e se non calcolo bene e finisco le mi forze nel solo tragitto di andata?
Ho dimenticato acqua e iPod, decisamente non mi sono attrezzata, lo schermo della tele non va e mi rinvia la neve grigia che tremolicchia. In più mi sono messa proprio davanti ad un pilastrone e non posso nemmeno usufruire di uno specchio per dare sfogo alla narcisistica soddisfazione di vedermi riflessa mentre faccio fatica.
Mmmm non mi sembra di fare poi cosi fatica e allora aumento la velocità schiacciando freneticamente sul simbolo +, accidenti mi è scappata la mano e non riesco a stare al ritmo, vuoi vedere che mi ritrovo come in quelle scene di film dove il tapis va velocissimo e si cade all’indietro??? Ecco quasi ma recupero in estremis attaccandomi con un mano, fiuuuuuuuu
20 minuti passano e mi dico che ne posso fare altri 10.
Alla fine ecco il bilancio, in 30 minuti, ho fatto 2,9 km e bruciato 109 calorie… wow! No, in effetti… che delusione, ne vale poi cosi la pena?
Certo perché non sono qui per dimagrire, ma per rassodare quindi per i restanti 30 minuti vado alla scoperta di tutti i macchinari possibili immaginabili.
Per questa  volta non mi sono portata l’occorrente per fare una doccia e con un po’ di vergogna mi rivesto tutta appiccicaticcia, ma la vergogna se ne va in un secondo quando vedo la mia vicina di tapis roulant che ha corso 1 ora, asciugarsi le ascelle sudate, ancora tutta vestita, con il phon!!!!

Va be me ne torno a casa stranita, ma contenta. Tutto sommato sono abbastanza soddisfatta e tornerò volentieri.

Per concludere :
Ho deciso che alla mia età non è ancora il momento di scegliere tra faccia e sedere J

lunedì 19 marzo 2012

A caccia di autografi al “Salon du Livre”

Week end di duro lavoro, domani si ricomincia la settimana e non ho proprio l’impressione di avere ricaricato le batterie.
Per fortuna mi sono concessa qualche ora di svago all’annuale appuntamento con la fiera del libro a Parigi (salon du livre).
Ovviamente sono andata a fare autografare i miei libri, le letture di un anno, non tutte… stavolta, memore dell’esperienza dell’anno scorso mi sono organizzata: ho guardato gli scrittori presenti  domenica, ho fatto la lista con tanto di orario e codice dello stand.

Tesissima perché nel giro di 3 ore dovevo incontrare ben 6 scrittori. Il piano si presentava così:
Tobie Natan:14h-16h
Tatiana de Rosnay: 14h30-15h30
Philippe Besson: 15h-16h
Eric-Emmanuel Schmitt: 14h30-16h       
Chantal Thomas :16h-17h

Come fare?
Già arrivo in ritardo, ma giusto in tempo per comprare l’ultimo libro di Nathan: “La Nouvelle Interprétation des rêves”. Adoro Nathan e l’etnopsichiatria e sono sicura che il libro sarà interessantissimo. Ovviamente solo gli psicologi appassionati di questo approccio transculturale fanno la fila per un suo autografo, risultato: sono la seconda della fila, troppo contenta.
Discuto un pochino con lui, cavoli incontrare Tobie Nathan in persona!!!

Esaltatissima da questo incontro emozionante, continuo la mia ricerca e arrivo a Tatiana de Rosnay. Il fatto che non abbia fatto uscire nuovi libri quest’anno, limita la coda. Mentre aspetto mi chiedo cosa le dirò , non sono molto chiacchierona in queste situazioni, anzi dire piuttosto imbarazzata, eppure ci sono persone che per firmare un libro stanno li una vita, cosa si diranno mai. Posso dirle che il finale del libro non mi è piaciuto… no dai non le dico niente… è lei che trova un appiglio rendendosi conto che ho un nome italiano… mi chiede se posso leggere i due libri che sono usciti in Italia per verificare se la traduzione è buona… si certo, e poi cosa faccio? Le scrivo? Per dirle cosa ne penso? Va be la faccio contenta e le dico “certo certo” J
Prossimo della lista Philippe Besson, la fila non è lunga, arrivo davanti a lui abbastanza velocemente e questa volta faccio uno sforzo dicendo “ ho adorato questo libro”(L’arrière-saison, ne avevo parlato nel post sul viaggio a Dollo Ado)… ecco, mentre pronunciavo le parole, mi sentivo una dodicenne che parla con il suo idolo. Lui non fa una piega, accenna un sorriso, nemmeno un “grazie”. Con questo mi sono convinta che un ”buongiorno” seguito da “ questo libro à per me, mi chiamo Elisabetta, spelling necessario…” è sufficiente!




Pronta per far autografare il terzo tomo della trilogia di Katherine Pancol “ Les ecureuils de Central Park sont tristes le lundi”, fila lunghissima, lei tanto carina parla con tutti i fan. Bell’approccio al pubblico ma un’ora di fila è dura! Ci risiamo, mi chiede il mio nome, domanda di dove sono e poi… non l’ho mai sentito questo nome. E io:” non è vero: l’anno scorso mi ha pure fatto un commento sull’allora fidanzata di George Clooney (Elisabetta Canalis)”: Un po’ spiazzata risponde “ ah si vero mi ricordo (ceeeeeeeeeeerto!!!)… ma adesso ha cambiato amichetta”:
Eh va be… dai cos’altro poteva dirmi.



Arriva il momento di Eric-Emmanuel Schmitt. Fino a poco tempo fa avevo letto solo “Oscar e la signora in rosa”, ma oggi gli chiedo di firmare “Ulyssefrom Bagdad”, libro stupendo, magari un giorno ne dico qualche cosa di più. Lui simpatico, gentile, si limita a chiedermi se sono italiana.

L’incontro tanto atteso con Chantal Thomas si rivela alquanto deludente. Pensavo ci sarebbe stata una fila impressionante, soprattutto perché il suo libro su Maria Antonietta “ Les Adieux à la reine” esce in questo momento al cinema, invece davanti a me solo una persona. Arriva il mio turno e Chantal resta allibita quando le dico come mi chiamo: la ragazza prima di me si chiamava Elisabetta, italiana, di Milano… secondo me, Chantal è ancora li allo stand a riflettere sulle coincidenze della vita J

Bene, finito! Sono riuscita a fare tutto, non ci avrei mai creduto.
Mentre vagabondo un po’ prima di andare via, mi capita di chiacchierare con Joseph Joffo, lo scrittore di “ Un sacchetto di biglie” e “Le vetrine illuminate”, libri che hanno accompagnato la mia infanzia, ma non riesce a farmi comprare niente e ci rimane un po’ male J
Sorpresa delle sorprese, allo stand dei fumetti vedo che Bastien Vivès autografa i suoi libri con un disegno… non posso perdermelo, compro “Le gout duChlore” che volevo da tanto e dopo mezzoretta di coda, ecco il bellissimo disegno che mi ha fatto!

Ci tengo molto, è un fumetto poco scritto, con molte immagini in piscina… fa venire un’irresistibile voglia di ricominciare a nuotare.
Ma per il momento torno a lavorare, anche se sono un  po’ deconcentrata e guardo e riguardo il mio bottino di oggi J

martedì 13 marzo 2012

Scegliere un caffè...


Oggi in ufficio ho incontrato un collega liberiano che ho conosciuto nel 2006 quando lavoravo a Monrovia. Ha fatto “carriera” e stasera partirà per il Bangladesh come espatriato.

Era in piedi di fronte alla macchina del caffè perso davanti a tutte le possibilità di caffè: espresso, espresso macchiato, lungo, con latte, cappuccino, solubile espresso, solubile lungo, solubile con latte, etc.
Voleva semplicemente un caffè…  come può esser complicato a volte scegliere anche una cosa cosi banale!
A volte si va dritti sicuri di quello che si vuole o si crede di volere, altre volte si tentenna indecisi o ancora… si vuole sperimentare qualcosa di nuovo o diverso oppure non si sa proprio da che parte andare.
Il mondo moderno non aiuta, forse nel passato le scelte non erano poi cosi tante e le strade erano più o meno obbligate… oggi si inseguono i sogni, ci si interroga, si scelgono strade, si sfidano i destini (per chi ci crede).

Il weed scorso sono incappata in una frase del mio diario dell’anno 2000, frase della poesia di Robert Lee Frost “La strada non presa”:
Divergevano due strade in un bosco, ed io...
io presi la meno battuta,
e di qui tutta la differenza è venuta.


Tornando al mio colloga/amico Lawubah… era perso davanti dal caffè e dentro tremava, temeva, si poneva mille domande: lascia per la prima volta il suo paese, la sua famiglia, la sua cultura, l’unica che ha conosciuto fino ad ora… per una nuova avventura, per un ideale, per un Paese che non sarà accogliente con lui ( in Asia, le persone di colore sono spesso discriminate).

Forse per un istante ha pensato di tornare sui suoi passi…

Ora è sull’aereo e non posso fare a meno di pensare a quando sono partita io la prima volta, le paure, l’ansia dell’ignoto, la voglia di cambiare il mondo o almeno di contribuire, sacrificando le certezze, gli affetti…

Ho scelto la strada meno battuta… oggi mi faccio tante domande…

Ma ho una certezza: domani, come ogni giorno mi prenderò un “buon” caffè espresso in grani J

domenica 4 marzo 2012

Cena “Dans le noir”...ovvero completamente al buio

Pronti per un'esperienza sensoriale unica???? 

Devo fare uno sforzo per raccogliere i ricordi su questa esperienza… sono passati solo due giorni, ma chi mi conosce bene sa che non mi ricordo quello che accade quando non c’è molta luce, figuriamoci quindi se non ce n’è per niente.

Serata un po’ a sorpresa, mi ritrovo in rue Quincampoix (che nostalgia!!, del quartiere, non dell’appartamento) nella sala d’attesa del ristorante “Dans le noir”.  Come dice il nome, il concetto che sta dietro questa catena di ristoranti ( ce ne sono nelle più grandi capitali del mondo) è quello di mangiare completamente al buio… esperienza “risveglia sensi”, esaltati dal non poter vedere il vicino di tavolo, né il contenuto del piatto o del bicchiere, né l’arredamento, etc.
Ideale se non avete tempo di lavarvi i capelli, di truccarvi o vestirvi bene... nessuno se ne accorgerà !

All’entrata prendono il nome di prenotazione e ti danno un lucchetto per depositare tutti i tuoi oggetti in un armadietto. Ovviamente per ragioni di sicurezza non si può lasciare la borsetta per terra o avere oggetti che fanno luce, cellulari macchine fotografiche, lancette di orologi, etc.
Anche il cibo sarà a sorpresa e quindi chiedono se abbiamo allergie o proibizioni religiose… ma non danno nessun tipo d’indizio! Speriamo bene, non amo proprio tutto della cucina francese!

Messi cappotto, borsa, sciarpa nell’armadietto… eccoci pronti!  Bene, tutti in fila indiana con la mano sulla spalla del tipo davanti, siamo guidati da Yamen,che ci seguirà per tutta la durata della cena. Da chiamare in caso di necessità, per andare al bagno, per spostare la sedia, per avere pane o acqua… insomma per le prossime 2 ore, dipenderemo da lui. Le guide si muovono con molta destrezza, ci chiediamo se in realtà non abbiano degli occhiali a infrarossi (cavoli il panico: ci saranno delle telecamere che ci spiano e si divertono alle nostre spalle???) ma in realtà ci dicono che sono abituati, che conoscono bene il locale, alcuni di loro sono non vedenti.

Devo dire che se fino a questo punto ero un po’ curiosa, a un certo punto ho cominciato a “panicare”… io non sono proprio a mio agio con il buio, per esempio non riesco a dormire completamente al buio! Le mie sorelle lo sanno bene, hanno condiviso con me per anni la camera e le obbligavo a tenere la tapparella un po’ sollevata… credo che sognassero di andare via di casa solo per poter dormire finalmente completamente senza luce J

Va be dai, mi faccio coraggio e seguo la fila indiana… eccomi completamente nell’oscurità a grande sorpresa non fa cosi paura. Yamen mi aiuta a trovare la sedia e mi descrive tutto quello che c’è sul tavolo.
Trovo il pane! Ieeeee!!!! riesco a versare l’acqua nel bicchiere senza buttarla tutta fuori… ovviamente ho messo un dito nel bicchiere per indicarmi la linea da non oltrepassare J


E poi arriva il piatto… non c’è altra soluzione che toccare il contenuto con le mani per avere un’idea della consistenza, mmmm sembra carne, poi c’è una cosa un po’ molliccia a destra, forse verdure?
Non mi resta che provare…. Non mi piace molto, sembra carne bollita, tipo una “Blanquette de veau” e le verdure sembrano bollite pure quelle, delle carote! Io odio le carote bollite! Va bè cedo il mio piatto dopo avere timidamente tentato di tagliare con le posate la mia carne, solo per il piacere di provare che per il gusto della carne in sé.
E mi rifaccio con il dolce, una specie di “Tarte Tatin” con un grosso cookies al gusto di amaretto.
Alla fine la guida ci chiede cosa pensiamo di avere mangiato e più o meno abbiamo indovinato, solo che la carne non era vitello, ma agnello, ecco… non poteva proprio piacermi! 
Svelato in fine il menù:
Il piatto: “Navarin d’agneau” con carote e panais (Pasitinaca !!! cliccate sul link per vedere di che razza di ortaggio si tratta J). C’era pure un “Feuilleté de champignons” che non ho proprio identificato per fortuna: mi fanno schifo i funghi!
Il dessert : “Tarte aux pommes caramelisées” e crema pasticcera con mritilli e uva (era una "cosa" liquida con dentro un chicco di uva, va beh !)

Cena finita

Si esce in fila indiana e all’uscita un menu fotografico che illustra quello che abbiamo mangiato, anche se onestamente non credo che abbiano fatto lo stesso dressing accurato del piatto, a me sembrava un po’ tutto mischiato!
Per concludere: esperienza carina, divertente, costosetta, cibo senza interesse.
Quanto all’utilizzo dei diversi sensi… non so:
  • il tatto forse, per esplorare il mondo (tavolo, piatto, accidentalmente il vicino J)
  • l’udito… io al buio non sento, ma credo anche gli altri, perché abbiamo tutti un po’ gridato, non era c’era  un’ ambience molto intima e si sentivano le discussioni di tutti,
  • l’olfatto… non è il mio forte

Tutto ciò mi ha ricordato la scena di un film piuttosto stupido (mi si conceda il riferimento: ne vedo anche di più intelligenti!) in un ristorante simile a New York: La fontana dell’amore:



lunedì 27 febbraio 2012

Finire l’inverno pattinando all’ Hotel Ville…


A Parigi per circa due mesi e mezzo, da poco prima di Natale fino a fine febbraio, viene istallata una bellissima pista di pattinaggio proprio davanti all’Hotel de Ville (si quello del famoso bacio di Doisneau per intenderci). Aperta fino alle 22h la sera è ancora più spettacolare perchè il tetto si copre di piccole luci intermittenti… sembra quasi un castello fatato.

Va be, tagliando corto, l’anno scorso super entusiasta dell’iniziativa, non sono riuscita a provare l’emozione di rimettere i pattini come da adolescente durante le vacanze di carnevale a Cortina d’Ampezzo.  L’unica volta che ho provato, reduce da un viaggio in Tchad, mentre guardavo tutta contenta la pista sono stata presa da un forte mal di pancia, colpa della troppa cortesia per avere accettato di condividere un piatto familiare (rigorosamente servito con le mani J) in un villaggio sperduto del Sahel.
E cosi quest’anno non aspettavo altro che rifarmi della sventurata esperienza, ma aimè come ormai è ben noto, quelli appena passati non sono stati i mesi più dinamici della mia vita. Stanca di piangermi addosso e un po in colpa di passare i miei week end a poltrire sul divano, ho finalmente deciso di provare il brivido del ghiaccio sotto le mie lame, hihihihi (questo sarebbe un ghigno sinistro…)
Bene, ieri era il penultimo week end  di apertura, tutta baldanzosa eccomi arrivare proprio al calar del sole, dopo aver per caso assistito ad un bellissimo tramonto sulla Senna….
Ma che delusione trovarsi davanti al cartello: ”guanti obbligatori” L e chi lo sapeva! E poi con questo clima pre-primaverile, mica tengo i guantini nella borsetta… per fortuna vale sempre la pena di osare e in effetti, gli sventurati come me devono essere parecchi, perché la sala di noleggio dei pattini è provvista di distributore di guanti! Fichissimo, a parte il prezzo…





















Avrò fatto una decina di giri ( no dai qualcuno di piu) ma quanto mi ha fatto bene per uscire dal mio torpore da orso della caverna!!

Ormai lo sfizio me lo sono tolta, non sono sicura che l’anno prossimo ritenterò l’avventura… forse, se l’inverno non sarà troppo rigido...
  


domenica 19 febbraio 2012

Tagliare il cordone ombelicale… con casa


Casa… eh già dov’è “casa” per me? 

Diciamo che per tanto tempo mi sono definita senza radici, la sensazione di non appartenere a nessun lungo, di non identificarmi con nessuna specifica realtà. 
Poi ho cominciato a viaggiare in tutto il mondo a vivere ogni anno in un posto diverso ed è stato durante quegli anni che “casa” per me è diventata il posto in cui ci son i miei affetti, la mia famiglia. Per due anni sono pure riuscita a costruire un nido a Milano… e si, mi rendo conto che per me casa è l’Italia, Milano, Robbiate, i miei cari (amici e famiglia).

Ma anche il mio dentista, il ginecologo, il centro commerciale, il parrucchiere, etc.

Vivo a Parigi da quasi un anno e mezzo e di certo non posso paragonare questa grande città a un villaggio sperduto d’Africa o a una qualsiasi provincia europea, insomma per dire che qui, se solo volessi, potrei trovare tutto.
Ebbene, dopo tutto questo tempo, ancora sono scettica  e non mi sono costruita un piccolo mondo qui.
I capelli li taglio a casa, porto il cappotto in tintoria a casa, l’orlo ai jeans lo faccio fare solo al Globo, e il tacco delle scarpe lo faccio rifare al calzolaio dell’Auchan, cerco di fare le visite mediche in Italia, incastrando gli appuntamenti sui pochi giorni in cui torno e spendendo più del doppio e cosi via…

L’altro giorno in ufficio, sono andata da una mia collega italiana (a Parigi da 10 anni non ancora iscritta all’AIRE e sposata con un francese J) per chiederle se aveva il numero di un dentista… timido tentativo di crearmi delle abitudini e dei legami qui a Parigi. 
Ovviamente aveva solo il numero di riferimento del dentista italiano segnalato dal consolato da cui vanno le sue amiche ma che lei non ha provato personalmente perché come me… aspetta di tornare a casa per farlo. 

Ed è stato in quel momento che un’altra collega, italiana pure lei, reagisce sorridendo “ cavoli, non siamo proprio capaci ti tagliare il cordone ombelicale con casa”…
Ci ho riflettuto e per 2 settimane ho provato a “sfruttare” i servizi sotto casa ed ecco il risultato:

  • Ho fatto risuolare gli stivali: mi ha domandato ben 14€ per un lavoro poco preciso e senza mettermi un po’ di lucido… mi tocca portare gli stivali a casa per farli lustrare dal papà super esperto :)
  • Ho portato le camicie in tintoria, per il prezzo indicato in vetrina (prezzo normale a casa) mi specificano che non mi tolgono le macchie, bene, per lo meno me le hanno stirate
  • Ho tagliato i capelli dal parrucchiere dell’angolo, sicura del fatto che appartiene a una catena di franchising (garanzia di qualità?): dopo essermi fatta dire che i miei capelli fanno schifo, siccome erano di fretta, mi hanno tenuto il colore solo 25 minuti e quindi non ha funzionato molto, e il taglio… lasciamo stare mi viene ancora da piangere, sembra che un cane mi abbia azzannato per i capelli :( va be dai ricresceranno      
  • Ginecologo, dentista, dermatologo, estetista… non li ho ancora provati, ma non mi sento molto tranquilla….

Con tutto ciò, non voglio dire che Parigi fa schifo, ma solo che è dura rifarsi delle abitudini e trovare dei servizi “di fiducia”, mi darò il tempo e mi farò coraggio… 

.... e poi nei momenti di tristezza e nostalgia, tra un aereo e l’altro che mi riporta a “casa”, posso sempre godermi un buona pizza, fatta proprio come si deve e con un aspetto tutto “affetto e coccole”:
da “Le Patio” la pizza è a forma di cuore, è buonissima e ci si possono trovare tutti i sapori italiani :)











Forse un giorno arriverò a considerare Parigi come “casa dolce casa “?
mmmm