Mi sono sentita
tranquilla, solo un po’ stranita: dall’oblo’ dell’aereo si vedeva il famoso
campo di sfollati dell’aereoporto... le baracche e le tende tutte strappate
arrivano praticamente fino sulla pista di atterraggio. In silenzio i passeggeri
guardano fuori, senza parole... abbiamo sicuramente tutti sentito parlare molto
di questo campo e vederlo dal vivo ti catapulta subito nella realtà del Paese,
di quello che é successo e del dramma che ancora vive.
All’uscita, il
cartellone di “Orange”, operatore telefonico, augura “Bienvenue à Bangui”... un
messaggio accogliente in contrasto con le centinaia di militari presenti sulla
pista.
E dopo un sonno
tranquillo, eccomi davanti alla sofferenza e alla paura, quella vera, quella
per la propria morte o quella dei propri cari. Una morte violenta a colpi di
macete dettata da odio profondo e disumano.
All’ospedale di
Bangui una donna con una bimba molto piccola é in lacrime, nonostante la bimba
sia in situazione molto critica, la mamma vuole tornare nel suo ghetto dove é
costretta a rimanere se non vuole essere uccisa. E’ mussulmana, e fuori da quel
confine immaginario la sua vita é in pericolo. Vuole tornare nel campo: delle
voci dicono che forse il campo sarà svuotato e le persone mandate altrove.
Vuole tornare, ritrovare gli altri membri della sua famiglia, partire con loro,
sperare di essere portata fuori dal paese sana e salva. Decidiamo di
trasferirla perché possa essere curata dalle cliniche mobili nel campo anche se
in realtà la bimba dovrebbe restare all’ospedale...
Ovviamente il
rischio é alto... mi avvertono, mi preparano: c’é un punto del tragitto che non
é sorvegliato da militari, in quel punto puo’ succedere di tutto.
Non ho paura,
sono calma, in pace. Di fianco a me la donna con la sua bambina, che divora la
scatola di riso, come se fosse il suo ultimo pasto, piange, prega, ha
sicuramente paura. Sa che possono attacare la macchina o ucciderla appena ne
esce.
Ed invece tutto
fila liscio, arriviamo al sito PK 12, un gruppo di circa 1500 musulmani attorno
ad una moschea. Sembra tutto tranquillo, les attività cominciano, consultazioni
mediche, psicologiche, visite per i bimbi malnutriti.
Non solo bimbi...
é pieno di adulti malnutriti... di adulti che dopo aver vissuto l’orrore ora
vivono la paura, sono confinati in pochi metri, non possono uscire altrimenti
sono trucidati. Non hanno niente, cibo, casa, vestiti. Viene da piangere! Ed é
facile scoraggiarsi, cosa poter fare per queste persone? Quale sarà il loro destino?
Ce la faranno?
E poi di nuovo
una scelta difficile: un bimbo é estremamente malato, deve essere trasferito
all’ospedale, ma la mamma non vuole, dopo lunghe discussioni scopriamo che la
ragione é la speranza di partire sabato su un camion per il Camerun... é
tremendo, dovere scegliere: fare morire il bimbo malato per poter salvare sé
stessa e il resto della famiglia (ha altri 3 bimbi)... un silenzio lungo in cui
chissà quali pensieri le sono passati per la testa. Una madre davanti ad una
scelta del genere... ne ho viste tante in questi anni, alcune hanno scelto di
sacrificare una vita per avere una speranza di salvarne altre... ma fa più male
che altre volte, non so perché, mi sento davvero disarmata davanti a tutto
questo dolore, a questo odio incomprensibile!
Alla fine accetta
di trasferire il bimbo all’ospedale, ma solo fino a venerdi...non sarà
sufficiente per farlo guarire, ma almeno per stabilizzare la sua situazione...
La giornata passa
e quello che resta é un grande senso di impotenza.
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