Sono le 5.45 del mattino, come sempre i miei occhi si aprono prima della
sveglia. Gli elicotteri militari volano basso, sono molti, non sembra un buon
presagio per la giornata. A colazione i colleghi scherzano sul fatto che hanno
bloccato i voli internazionali e che l’aeroporto oggi sarà chiuso (il mio
ritorno é previsto per stasera), rido, ma sembra molto probabile. Nella mia
testa i sentimenti sono confusi, una parte di me, spera sia vero: restare una
settimana di più qui!
Vado al lavoro un po’ agitata, la partenza mi mette uno strano senso di
ansia! Un vero nodo alla gola, allo stomaco... ma cerco di mantenere un minimo
di concentrazione per vedere se riesco ad andare a fare un colloquio per la mia
ricerca sulla trasmissione del trauma. I movimenti fuori dalla base sono
limitati anche oggi, chiedo al mio capo cosa ne pensa: posso andare o no? mi
autorizza. Vado, tranquilla, sulla strada la vita brulicante di sempre e poi
arrivo al centro sanitario, trovo la mamma e la bimba che si prestano
volontarie alla mia ricerca, facciamo il colloquio. Sono nel mio mondo
ovattato, concentrata sul suo racconto di tragedie e sofferenze e la bimba che
non smette di strillare. Dopo un’ora esco all'aperto, mi dicono che le altre
equipes stanno accelerando il lavoro perché la situazione si scalda, dobbiamo
rientrare.
Parto subito e rientro alla base, dove scopro che tutti erano preoccupati
per me e che mi cercavano, per farmi rientrare, ma anche per dirmi che la
strada di accesso all'aeroporto é disseminata di Anti-balaka e che sparano da
qualche ora. Non si può accedere all'aeroporto almeno per il momento. E poi una
soluzione si prospetta: partire in convoglio con un ‘altra ONG e passare dal
grande campo di sfollati per evitare l’entrata principale e la strada con le
barricate.
OK, mi preparo, un collega mi accompagna, sale davanti e mi dice di essere
pronta a sdraiarmi dietro se sparano nella nostra direzione. Partiamo, sono
calma, fa caldissimo! forse il giorno più caldo di queste due settimane. Le
strade, che poche ore prima erano piene di vita, sono ora completamente
deserte, é un paesaggio surreale, tra la polvere sollevata dal passare delle
nostre macchine, il caldo torrido, il sudore che cola a grosse gocce, la vista
obnubilata.
Siamo in silenzio, solo il rumore della radio che gracchia e ci domanda ogni
tanto a che punto siamo. Sono calma e penso ad una cosa davvero stupida, come
posso aver più paura dell’aereo che di quello che sto passando in questo
momento?
Arriviamo al campo, decidiamo di scendere e di provare ad andare a piedi
all'aeroporto, radio e telefono alla mano. Ci incamminiamo, il capo spedizione
comincia a stressare, una banda di malviventi ci segue ci parla con un tono
aggressivo, siamo in mezzo a 60.000 disperati che hanno fame e che non hanno
piu’ nulla da perdere. Cammino a testa bassa, il capo dice di aumentare il
passo, no! Non troppo, ok rallentiamo, la tensione aumenta e poi cominciano gli
spari. Ci affrettiamo, l’aeroporto é davanti ai nostri occhi, c’é un buco nel
filo spinato ed entriamo da li. Arrivati! gli spari ricominciano forte, qualche
granata che sembra cosi’ vicina. E poi la lunga attesa sperando che Air France
abbia l’autorizzazione di atterrare....

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